Lo scambio: Iva al 21% e niente supertassa

RomaUn aumento dell’Iva al posto del contributo di solidarietà. A un giorno dall’inizio dell’iter della manovra di Ferragosto, torna in cima alla lista delle possibili modifiche, quella che vorrebbe attenuare o sostituire la tassa extra del 5% per i redditi sopra i 90mila euro e del 10 per quelli oltre i 150mila, con un aumento di un punto percentuale dell’imposta su beni e servizi. Le aliquote Iva passerebbero così al 21% e all’11%. Verrebbero quindi accolte le indicazioni che arrivano da Confindustria e da parte delle opposizioni (l’Udc di Pier Ferdinando Casini).
L’altro argomento che ha tenuto banco alla vigilia dell’approdo del decreto in commissione Bilancio di Palazzo Madama è un’attenuazione della stretta sui piccoli comuni. Si sta andando verso la trasformazione della cancellazione di quelli sotto i 1.000 abitanti in un rafforzamento delle «unioni», cioè la gestione congiunta di alcune funzioni, facendo salvi i consigli comunali e le giunte. Consiglieri e assessori metterebbero nel piatto un taglio simbolico, la rinuncia ai gettoni di presenza.
Ad ottenere il primo risultato sono state le associazioni dei sindaci nel corso di un incontro con il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. Sarà lui, ha spiegato il presidente dell’Anci Osvaldo Napoli, a proporre entro tre-quattro giorni una soluzione alla soppressione dei piccoli comuni prevista dalla manovra di Ferragosto. Ma la novità - almeno fino a ieri sera - non sembrava avere fatto aumentare le chances di una stretta sull’età pensionabile, che fino a ieri mattina sembrava la contropartita all’alleggerimento della pressione sugli enti locali.
L’iter della manovra è appena all’inizio e sugli enti locali pendono soprattutto i tagli previsti dal provvedimento, 16 miliardi in tre anni, che le amministrazioni locali sostengono di non potere sostenere nemmeno aumentando le addizionali Irpef. Secondo uno studio dell’Anci, il contributo del comparto comunale ai saldi di finanza pubblica sarà di 1,6 miliardi l’anno prossimo e 2 miliardi sia nel 2013 che nel 2014. Anche portando l’aliquota al massimo (lo 0,8%), calcola la fondazione Ifel, circa il 60% degli enti non riuscirebbe comunque a compensare i tagli.
Oggi, quindi, il decreto che anticipa il pareggio al 2013 approderà alla commissione Bilancio con molti nodi aperti. Sulla previdenza la novità di ieri è appunto il no del Carroccio affidato a un comunicato dai toni definitivi: «Le misure contenute nel decreto legge 138 sono idonee e non suscettibili di modifica vista l’intesa raggiunta a riguardo tra l'onorevole Umberto Bossi e l’onorevole Silvio Berlusconi». Sul fronte opposto si sono fatti sentire i dissenzienti del Pdl per bocca del sottosegretario Guido Crosetto, che liquida la rigidità della Lega come «egoismo dei nonni verso figli e nipoti». Ma anche il capogruppo in Senato Fabrizio Cicchitto, che sottolinea come sul ritardare la pensione Bossi non può non essere d’accordo «perché è il principio della riforma Maroni che Bossi condivise e approvò».
Alcuni accenni del ministro Maurizio Sacconi ad una accelerazione della riforma previdenziale già in vigore, da negoziare con le parti sociali, fanno però pensare che modifiche minori sono ancora possibili. A partire dall’anticipo al 2012 del requisito «quota 97» (somma dell’età contributiva e anagrafica) per le anzianità.
Restano aperti anche gli altri capitoli. L’idea di un mini ritocco dell’Iva si fa strada, soprattutto per compensare un mancato intervento sulle pensioni. Entra in pista, come iniziativa di maggioranza, persino una patrimoniale, ma solo sul lusso. Proposta della Lega Nord, appoggiata dai sindacati, in primo luogo dalla Cisl di Raffaele Bonanni, ma non condivisa dal Pdl.
Resta nella lista delle possibili modifiche, una ulteriore accelerazioni nella privatizzazioni e nelle cessioni degli immobili di Stato. Anche se si tratterebbe di una misura che dà entrate una tantum e quindi non utilizzabile a copertura di altre.