«Uno scambio di prigionieri potrebbe salvargli la vita»

L’ex governatore della provincia dove è stato rapito il giornalista: «Un blitz sarebbe fatale. Ma il denaro apre tutte le porte »

da Kabul

«Per liberare il giornalista italiano bisogna convincere gli anziani delle tribù a esercitare pressioni sui talebani, come sto facendo, oppure pagare, ma anche l’idea di uno scambio di prigionieri non va scartata» parola di Sher Mohammed Akhund ex governatore della provincia di Helmand, dove è stato rapito l’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo. La sua famiglia ha governato Helmand fin dai tempi del nonno, ma nel 2005 Akhund è stato silurato e oggi siede nel senato di Kabul. Gli afghani, alla loro maniera, cercano di darsi da fare per l’ostaggio italiano e tendono a escludere un’azione di forza. «Personalmente non avrei problemi ad avallare uno scambio fra il giornalista e alcuni prigionieri talebani, ma non posso decidere io a nome del Parlamento» sostiene Akhund che parla con il Giornale nella sua villa fortificata di Kabul. Lo hanno accusato di arricchirsi con il traffico di oppio, che viene coltivato sull’80% del territorio di Helmand, ma lui giura, mostrandoci piani dettagliati, che se tornasse governatore sradicherebbe le piantagioni di papavero. Il giornalista italiano è stato rapito nel distretto di Nada Alì dove esistono 36 tribù pasthun, ma solo cinque contano veramente. «Sono stato governatore per quattro anni e ho chiamato gli anziani più influenti per chiedere che facciano pressioni sui talebani per lasciarlo andare. Questo rapimento è disonorevole per l’Afghanistan e la mia provincia» spiega Akhund, 36 anni, barbone ispido, turbante color argento e cappotto di lana, perché nella capitale afghana si gela anche in casa. «Una seconda possibilità è pagare, perché è quello che vogliono (i talebani, nda)» fa notare Akhund spiegando poi che la terza via sarebbe quella di un’operazione militare, che però considera troppo rischiosa. Alla fine non esclude uno «scambio di prigionieri fra giornalisti» riferendosi alle richieste dei talebani di liberare due loro portavoce che languono nelle galere di Kabul. «Il governo controlla solo il 5 per cento di Helmand e il 95 per cento è nelle mani dei talebani. Se le nostre autorità non fossero così deboli non sarebbe stato possibile rapire un giornalista a 15 chilometri dall’ufficio del governatore» attacca Akhund aggiungendo che anche la Nato riesce a far poco.
Da Laskargah, il capoluogo di Helmand, risponde indirettamente il vice governatore, mullah Pir Mohammad, raggiunto telefonicamente dal Giornale: «I talebani sono così ignoranti che non ascoltano le parole degli anziani e non portano loro rispetto» osserva il numero due nella provincia che ha inghiottito Mastrogiacomo. A un certo punto passa il telefono al vice capo dell’intelligence afghana nella zona, che spiega alcuni dettagli del rapimento. Nonostante non sia ancora chiaro se Mastrogiacomo sia stato rapito alle 10 del mattino del 5 marzo, fra le quattro o cinque del pomeriggio, oppure a sera inoltrata «i talebani che hanno fermato il veicolo su cui viaggiava sono rimasti stupiti di trovare un occidentale. Il loro gruppo rispondeva al comandante Lal Jan». Mullah Lal Jan è il braccio destro di mullah Sidiqullah, responsabile militare talebano nel distretto di Nada Alì. L’ufficiale dell’intelligence che non vuole vedere pubblicato il suo nome spiega che «Lal Jan ha preso il giornalista in collaborazione con mullah Ikhlas». Quest’ultimo si occupa dell’intelligence dei talebani nell’area. Il numero due dei servizi afghani nella provincia di Helmand ammette «che stiamo raccogliendo informazioni per qualsiasi opzione, anche quella di un blitz, ma l’ostaggio è stato spostato di villaggio in villaggio. Il governo non controlla determinate aree e un’operazione militare metterebbe in pericolo la vita del giornalista, quindi il problema va risolto attraverso un negoziato». Ieri anche il presidente del Parlamento, Yunes Qanooni, ha dichiarato durante una visita all’assemblea europea di Bruxelles, che «tutte le autorità di sicurezza afghane stanno facendo del loro meglio perché Mastrogiacomo sia rilasciato e spero che avremo successo a breve, come è accaduto con il caso di Clementina Cantoni», la prima italiana rapita in Afghanistan. Qanooni ha anche auspicato che l’Italia non ceda al ricatto di ritirare le truppe.
Il problema è che i venti di guerra nel sud dell’Afghanistan stanno soffiando con forza anche nelle zone sotto comando italiano, come la provincia di Farah, dove ieri l’ennesima trappola esplosiva ha ucciso una decina di agenti. Fra questi l’appena nominato capo della polizia a Bakwa, il distretto che poche settimane fa era stato occupato per 24 ore da trecento talebani armati fino ai denti.