Scandali, misteri e dimissioni È crollato il castello di carte

Sei giurati del <em>Grinzane</em> lasciano in polemica per la scelta dei nuovi
esperti, tutti esponenti dell’intellighenzia di sinistra: da Odifreddi
alla Maraini. Il critico Mondo: &quot;Siamo stupiti dal metodo, nessuno ci ha avvisati della decisione&quot;

Poi dicono che la cultura è noiosa. Diventa il tema di una commedia degli equivoci, ma con risvolti vagamente tragici, se si punta lo sguardo sui coltelli e i veleni che s’insinuano nei meccanismi dei premi letterari. Oggi tocca al Grinzane Cavour, un premio piemontese nato nel 1982 e cresciuto fino ad acquistare forme e modi da holding internazionale. Il fondatore e padrone del premio, Giuliano Soria, è protagonista, come accusato, di una vicenda giudiziaria tra il boccaccesco e il drammatico, sotto inchiesta in contemporanea per malversazione e per maltrattamenti a un dipendente di colore che ha denunciato offese a sfondo sessuale e razziale. Ma Soria è innocente fino a prova contraria.

Il problema è che il Premio, ormai gravato da un gigantismo organizzativo al limite della megalomania, rischia di finire in pezzi. Ogni giorno ne perde qualcuno. Ieri è stata la volta di un blocco di sei giurati che hanno rassegnato le dimissioni. I loro nomi: Rosetta Loy, Jacqueline Risset, Francesca Sanvitale, Alain Elkann, Luigi Forte, Lorenzo Mondo. Motivo: è stato nominato un «Comitato di garanti» che ha l’incarico di traghettare la baracca fuori dall’epicentro della tempesta e che è per ora composto dai seguenti illustri nomi della cultura contemporanea: Tahar Ben Jelloun (scrittore marocchino, già coinvolto nella giuria di passate edizioni), Piergiorgio Odifreddi, Cristina Comencini, Dacia Maraini, Giulio Giorello e un sesto ancora da nominare.

Nessuno ha però avvertito gli ex giurati, i quali hanno saputo tutto da qualche scarna riga di giornale. E se ne sono andati. «Nessun risentimento di natura personale», commenta il giornalista, scrittore e critico letterario Lorenzo Mondo, «ma siamo stupiti e seccati per il metodo. Hanno proceduto a farsi i fatti loro, senza interessarsi neanche del nostro parere. Eppure noi eravamo la parte meno compromessa del premio, non ci occupavamo dei finanziamenti, ma solo dei giudizi letterari».

Già, ma chi sono «loro»? Questo è quasi un giallo. Alla segreteria del premio, i cui uffici si trovano a Torino, a due passi dalla Mole Antonelliana e dall’università, risponde una voce maschile che dice di essere «di passaggio». Alla nostra richiesta di saperne di più, risponde che non gli risulta ufficialmente alcun Comitato di garanti. E neanche che sei giurati se ne siano andati sbattendo la porta. Insomma, sotto il cielo di Torino la confusione è grande. Al telefono, Giulio Giorello ci conferma di essere stato convocato dai vertici del Premio, ma solo in quanto «esperto per la consulenza in materia scientifica e matematica». Il che ci sta tutto, così come si possono dedurre i motivi di convocazione dei suoi omologhi.

Tuttavia, poiché il Grinzane Cavour distribuisce ogni anno svariati milioni di fondi pubblici, almeno la metà dei quali della Regione, la politica non può essere estranea a questi processi decisionali. C’è già chi, anche in area piddìna, ha protestato per uno sbilanciamento «laicista» di questo comitato. È nota la mancanza, nel professor Odifreddi, del timor Dei. Egli non perde occasione per sbandierare il suo fiero ateismo, un po’ da tutti i pulpiti (laici) e da tutti i canali televisivi. Abbiamo tentato invano di ottenere dichiarazioni dirette dalle signore Risset, Loy e Sanvitale. Pare che le scrittrici italiane siano molto contrariate e forse non parlano per timore di lasciarsi prendere la mano. Lo sapremo nelle prossime puntate di questa premionovela. Alquanto netta la posizione di Alain Elkann, evidenziata in questa stessa pagina.

Di certo c’è soltanto che quando nello scivoloso terreno della polemica culturale entra la politica, c’è ben poco di buono da aspettarsi. Il Grinzane Cavour era noto per i suo sfarzi, per i viaggi premio, per i gettoni di presenza generosi, per il denaro elargito a nomi da cartellone, compresi attori e figuranti vari. Delegazioni di giornalisti compiacenti o presunti tali, venivano invitate in gita premio dall’Africa alla Russia, dagli Stati Uniti a Parigi. In genere, chi manifestava qualche dissidio, veniva epurato dalla lista (e chi scrive è orgogliosamente fra questi). Le pubbliche relazioni sono sempre state un punto forte del Premio, ancorché inasprite dal carattere non proprio levigatissimo di Giuliano Soria.

L’anno scorso uno scontro con un altro ex giurato, Guido Davico Bonino, era finito a male parole tramite lettere aperte ai giornali. Il professor Davico Bonino aveva dato del «rozzo contadino» a Soria. Offendendo più che altro i contadini, che oltretutto in Piemonte sono una categoria sempre più rara e preziosa. E poi il presidente teneva a precisare che la madre, una Beccarsi di Asti, discende da una famiglia di banchieri fin dall’alto medioevo. Niente di grave, in fondo. Sciabolate fra intellettuali sanguigni. O almeno così pareva. Purché se ne parlasse. E infatti del premio si continua a parlare. In fondo alla lista degli interessi, e perfino dei pettegolezzi, però sono rimasti proprio loro, i libri.