«Uno scandalo il Barbarossa leghista? Se lo faceva Moretti era un capolavoro»

Il regista Renzo Martinelli: «Chi mi affibbia etichette di partito è fazioso. Faccio i film che mi interessano come Porzus e Vajont»

da Milano

«Io regista leghista? Chi lo dice è solo un fazioso. Se un film del genere l’avesse fatto un autore di sinistra come Nanni Moretti o Virzì avrebbero detto che è un miracolo. A me invece dicono che sono leghista. Che Paese strano!». Nel suo casale di Todi Renzo Martinelli sta meditando su come montare i 100 chilometri di pellicola su Barbarossa, Alberto da Giussano e la Lega lombarda (quella del 1200), tutti girati in Romania, con un budget stellare di 30 milioni di dollari. Ma guai a dirgli che ormai è un regista «di partito».
Colpa di Bossi, che la elogia apertamente come l’unico grande regista italiano.
«Con Bossi c’è una grande stima reciproca, mi onoro di essere suo amico, è un uomo di grandi ideali. Ma il mio Barbarossa racconta un fatto storico, se poi il tema piace al leader della Lega io che devo farci? Allora anche Carducci è leghista perché ha scritto una poesia su Pontida».
Però Bossi è venuto a prenderla a Malpensa quando è tornato con la troupe. Insomma lei è nel palmo del Senatore...
«Non mi è venuto a trovare sul set per via del clamore mediatico che avrebbe sollevato. Ma questo non c’entra. Se avessi fatto un film su Gramsci forse avrebbe fatto piacere a Veltroni e D’Alema, ma non sarebbe un film del Pd».
Lei ha raccontato però che l’idea del film è nata parlando proprio con il leader della Lega.
«Parlando anche con lui, e con altri amici di Milano. Io sono milanese e mi hanno sempre rimproverato di non aver fatto film ambientati qui».
Le ha mai dato consigli sul film?
«Non mi ha mai detto nulla, mai imposto nulla, mai interferito su nulla».
Si è avvalso di qualche storico leghista come consulente?
«Ci ha aiutati uno storico milanese, il professor Rossi, che ci ha dato indicazioni soprattutto sulla tecnica di guerra usata dai milanesi contro il tiranno... ».
Barbarossa oppressore centralista?
«Era un uomo del suo tempo, che tentava di tenere con la forza i comuni del Nord con ingiustizie e tasse. Ma i lombardi volevano la libertà».
Sembra uno slogan uscito da via Bellerio.
«Ma questa è storia! Poi i paralleli se uno vuole li può anche fare. Ma io racconto una grande impresa storica».
Dove ha trovato 30 milioni di dollari per il film?
«I produttori sono internazionali, e loro non sanno nemmeno che esiste la Lega di Bossi, sono interessati al progetto e basta. Poi tra questi c’è anche la Rai».
La Lega l’ha aiutata per ottenere il contributo di RaiFiction e RaiCinema?
«Questo è un Paese in cui tutti fanno le vergini, ma è da sciocchi pensare che le fiction non siano orientate politicamente. Non ce n’è una che nasca senza un interessamento politico».
Normale routine.
«La fiction sul sindacalista Di Vittorio avrà avuto degli sponsor politici a sinistra, quelle legate alla storia del fascismo avranno avuto sponsor in An. È così, non c’è niente di scandaloso».
E ci deve essere spazio anche per la fiction «leghista».
«È legittimo, sono sessant’anni che la sinistra lo fa e nessuno si scandalizza, invece se un movimento come la Lega cerca una sua legittimazione culturale tutti si strappano le vesti. Non capisco».
Il messaggio del film?
«È una bella storia di giovani che si mettono insieme per ridare la libertà alla propria gente con un eroe coraggioso come Alberto da Giussano».
Un Braveheart padano?
«È un film spettacolare, lo vedrete. Non credo si possa confrontare l’Italia di oggi con quella del 1150».
Nessuno le può dire che è un regista leghista allora.
«Quando ho fatto “Porzus” ero fascista, quando ho fatto “Vajont” ero comunista... ».
E anti-islamico col «Mercante di pietre»...
«Io sono un cineasta, faccio i film che mi interessa fare. Ora sto lavorando a un film sulla morte di Mussolini, diranno che sono appoggiato da Fini, pazienza. Anche lì la vulgata comunista non sta in piedi».
Ce l’ha proprio con la sinistra lei.
«Ma no, ce l’ho con le storie rimosse. Il dovere di un intellettuale è rievocare la verità, per sessant’anni ci hanno raccontato una serie di panzane. E ci tengo a dire una cosa».
Prego.
«Io faccio tutto senza chiedere un euro allo Stato, diversamente dal 99% dei registi italiani. È penoso vederli pietire i soldi al ministero».
Lei li ha visti?
«Come no, una cosa indegna».
Però lei ha avuto i contributi della Rai.
«Eh no, quello è un investimento dal quale la Rai potrà ricavare degli utili».