Lo "scandalo" della classe dei bocciati

L’iniziativa della preside dell’Istituto Gastaldi di Genova, Elsa Cirlini, di formare una classe di soli ripetenti al fine di favorire il loro recupero (e, ove sgobbassero, di non perdere l’anno), ha indignato gli apostoli dell’egualitarismo senza se e senza ma, subito scesi in campo per deprecare quella che definiscono una inammissibile, odiosa discriminazione. Che si traduce nel fatto di considerare i respinti non dei «promossi svantaggiati», come vorrebbe l’etica del politicamente corretto, ma proprio dei bocciati e di conseguenza destinare loro un corso di studi adeguato. Una eresia, un’«idea bislacca frutto di tortuosi percorsi mentali» tuona Marco Lodoli (bé, proprio tuonare no. Lodoli non tuona, semmai guaisce) sulla prima pagina della Repubblica. Perché quella voluta dalla professoressa Cirlini non sarebbe una classe scolastica, ma «una Tortuga popolata solo da filibustieri», un «canile comunale», un «cimiterino di anime perse», il «ghetto dell’infamia» affollato da una «armata Brancaleone ripulita e istituzionalizzata», la versione scolastica di «Una sporca dozzina», la conseguenza di una «morale scolastica da Legione Straniera». Occhio, conclude pertanto Lodoli, perché tutto ciò lascerebbe intendere che si va verso le «classi-galera» dove «crescono solo ragazzi dichiaratamente differenti da tutti gli altri, uguali solo a loro stessi, alla loro triste sconfitta».
Uguali solo a loro stessi. Eppure non c’è Lodoli che tenga: chi studia, si applica, segue le lezioni e a fine anno viene promosso non è e non può essere uguale a chi in classe s’è limitato a scaldare il banco andando incontro alla «triste sconfitta», per dirla con Lodoli, alla bocciatura. Una realtà che tuttavia ripugna a quanti (molti, moltissimi) vogliono, avendola in pratica ottenuta, una scuola - e un domani una società - egualitaria, senza primi né ultimi e dunque senza voti, senza che sia marcata la differenza fra il merito e il demerito. Una scuola dove il problema, una volta circoscritto ai somari, è rappresentato proprio dai primi della classe che con i loro brillanti risultati inevitabilmente demarcano una scala di valori e di conseguenza affermano il primato della meritocrazia, bestia nera del progressismo di marca veltroniana, buonista, solidarista, terzomondista e socialmente cieco come una talpa. Così che l’iniziativa meritevole di raggruppare i ciucci in una unica classe per poterli recuperare con una didattica confacente alla loro ciucciaggine offrendogli per di più l’occasione di non perdere l’anno, viene dai mamozi egualitaristi non solo bocciata, ma anche - il «ghetto dell’infamia» - criminalizzata.
Una scuola così, dove per negare l’esistenza del somaro si nega l’intera scala dei valori, finisce inevitabilmente per demotivare anche lo studente più ricco d’amor proprio, con la conseguenza che il risultato di anni di studio torna ad essere non la formazione, ma il «pezzo di carta». Proprio quel che ci vuole per far fronte alla «sfida per il futuro» testé lanciata alla Fiera di Milano, con enfasi e fragore di grancassa, dal neo Uomo della Provvidenza.
Paolo Granzotto