Lo «scandalo» di Confindustria Litigi, anziché strategie sul futuro

(...) organizzata e organica a questo attacco al cuore dell’economia. Che, da questo punto di vista, è più pesante dell’11 settembre, è più drammatico delle Torri Gemelle. Da questo punto di vista, ovvio. Invece, nella Torre, non gemella, ma eburnea di via San Vincenzo, sede della Confindustria genovese, sembra che tutto questo non succeda. Addirittura, il maggior interesse di alcuni informatori poco informati è stato divulgare dati sulle consultazioni dei tre saggi incaricati di sondare la base sul gradimento ai candidati presidenti (Garrone, Attanasio e Piombino) che non corrispondevano a verità. Cioè è stato detto che Vittorio Malacalza aveva il sessanta per cento dei consensi e Giovanni Calvini il quaranta. Informazioni subito girate ai giornali «amici».
Ora, in realtà - come abbiamo scritto sul Giornale - il risultato delle consultazioni (che peraltro dovrebbero essere segretissime) parrebbe essere stato il settanta per cento dei consensi appannaggio di Malacalza e il trenta per Calvini. Numeri che, si badi bene, non sono ancora quelli definitivi: perchè la volontà della base potrebbe essere sovvertita, almeno in parte, dalla giunta confindustriale, dove siedono ancora molte espressioni dell’attuale presidente Marco Bisagno e del suo predecessore Stefano Zara, entrambi assolutamente contrari alla candidatura di Vittorio Malacalza.
Ma il problema, al limite, non è nemmeno questo. Oddio, un posto dove uno vince le elezioni con il settanta per cento dei voti e poi non può governare, in politica sarebbe definito regime. E non serve nemmeno richiamare il Prodi del 1996, con la Casa delle libertà in minoranza al Senato nonostante decine di migliaia di voti in più o il Bush che vinse su Gore a causa del meccanismo elettorale a stelle e strisce dove decidono i delegati degli Stati e non i voti assoluti dei candidati presidenti.
Ma, ribadisco, il problema non è questo. Nonostante il rispetto che merita Giovanni Calvini - ottimo imprenditore e, soprattutto, imprenditore vero - credo che il nome di Vittorio Malacalza sia talmente forte, talmente importante, talmente pesante, talmente storico, talmente radicato, talmente imprenditore, che qualunque associazione industriale farebbe a gara per averlo alla propria guida. Pensare di tenerlo in panchina o, addirittura, di metterlo fuori rosa, sarebbe come se il Genoa giocasse senza Milito o la Sampdoria studiasse di fare a meno di Cassano. Se Gasperini o Mazzarri pensassero a una mossa del genere, sarebbero immediatamente interdetti.
A Confindustria Genova, invece, può succedere. C’è qualcuno che può pensare di tenere fuori rosa Malacalza e, insieme a lui, l’intero mondo dell’industria e delle Partecipazioni statali? E l’idea di uno scontro generazionale, il vecchio contro il giovane, non c’entra nulla con questa storia. Parola di un «giovane».
A me tutto questo sembra surreale. A me sembra che per sposare una soluzione che ipotizzi Malacalza presidente e Calvini vice - anche per accontentare adeguatamente il mondo del Porto che merita una rappresentanza forte - non serve un genio nè della politica, nè dell’industria.
Se non va bene, si dica perchè.