Lo scandalo dei multisala all'ombra di Veltroni

Affari sospetti, l'indagine della Procura di Velletri. I terreni su cui sorgono i cinema ceduti a un ventesimo del valore. Business da un miliardo di euro, ma alla città di Frascati sono andati solo 42 milioni. <strong><a href="/interni/quel_pasticciaccio_brutto_cinema_che_imbarazza_veltroni_e_compagni/30-07-2011/articolo-id=537550-page=0-comments=1">Leggi la prima puntata dell'inchiesta</a></strong>

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

L’inchiesta sulla compravendi­ta dei «terreni cinematografici» che fa tremare il Pd laziale è ricca di spunti e coincidenze che finiscono per accendere i riflettori sulla ex giunta guidata dal cinefilo Walter Veltroni. L’autorità giudiziaria di Velletri si muove con riservatezza perché l’affare miliardario dei cine­multiplex alle porte di Roma ri­schia di travolgere tutto e tutti. Indi­scre­zioni raccolte dal Giornale rac­contano una sceneggiatura in evo­luzione dove attori e comparse sembrano recitare ognuna un ruo­lo ben preciso.

Il film immobiliare di cui anche in Parlamento si parla dà il primo ciak con gli accertamenti sulla «sdemanializzazione», a settem­bre 2002 di preziosi terreni di pro­prie­tà del Comune rosso di Frasca­ti situati nel X Municipio del Comu­ne di Roma, feudo Pd. Quei terreni acquistati da una società consorti­le di proprietà di Ettore Rosboch, (fratellastro e già socio del com­pianto principe Carlo Caracciolo, fondatore di Repubblica ) si esten­dono per 350mila metri quadrati a sud-est della Capitale, accanto agli studios di Cinecittà. Il com­prensorio oggetto di indagine è quello di «Cinecittà Est-Anagnina, località Quadrato». Il valore com­merciale iniziale dei terreni, nudo e crudo, secondo una consulenza tecnica del perito della Regione La­zio Romolo Campagna è di 42 mi­lioni di euro. Soldi che Astra 8, vin­citrice dell’appalto, avrebbe dovu­to versare al Comune di Frascati che a oggi ha ricevuto solo spiccioli (un milione o poco più). Che fine ha fatto la somma mancante? Se­guiteci.

Il Comune frascatano, a genna­io 2003, ottiene il via libera regiona­le a sdemanializzare i terreni per alienarli. Sono «gioielli di fami­glia » da vendere al miglior offeren­te nell’interesse della cittadinan­za. Si bandisce un appalto-concor­so e alla gara partecipano quattro società: «Moca costruzioni», «Astra 8», la coop rossa «Consorzio emiliano romagnolo» e «Sviluppo Innovazione Servizi d’Impresa». La spunta l’Astra 8 di Rosboch. Ma nelle more dell’appalto qualcosa potrebbe non essere andato per il verso giusto. Ne sono convinti gli inquirenti, meravigliati del fatto che il progetto presentato da Astra 8 sarebbe risultato all’epoca non totalmente conforme al piano re­golatore generale. Diventandolo, d’incanto, due anni dopo, grazie a una variante al Prg approvata dal Campidoglio. Persino in consiglio comunale a Frascati ci si è doman­­dati come facesse Astra 8, due anni prima della variante del comune di Roma, a pronosticare le modifi­che. Di certo, al momento del ban­do, parte dei terreni non era edifica­bile mentre la parte restante aveva un indice di cubatura che risulterà più basso rispetto a quello stabilito dalla variante.

E ancora. Buona parte delle cu­bature previste era in origine desti­nata a servizi pubblici, salvo poi «mutare» in privati. Il cambio in corsa prevede tra l’altro la triplica­zione della cubatura della parte «residenziale» e una straordinaria lievitazione del valore dei terreni non edificabili, divenuti quasi tutti edificabili e commerciali per un’estensione di 650mila metri cu­bi. Un affare faraonico: rispetto ai 42 milioni di euro per l’aggiudica­zione dell’appalto, una stima orientativa dei consiglieri comuna­l­i d’opposizione cristallizza il valo­re dei terreni e dell’insediamento infine realizzabile in oltre un mi­liardo di euro.

A Roma ad aprile 2008, con Vel­troni dimissionario, si insedia il commissario ad acta Morcone che dà l’ok, con la deliberazione n. 81, al programma di trasformazione urbanistica: 115mila metri cubi di appartamenti, multisala da 3.500 posti, ristoranti e negozi tematici legati al cinema, centro commer­ciale, ospedale da 550 posti e una tenenza dei carabinieri. Chi segue la vicenda fa presente che il proget­t­o Astra 8 rischia di rivelarsi l’affare del secolo per chi ha comprato, non per chi ha venduto. Perché il Comune di Frascati, contro il suo interesse, sceglie di cedere buona parte dei terreni attraverso il ricor­so al «diritto di superfice», cioè «af­fittando » i suoli invece di venderli. Col risultato che si arriva a una loca­zione di 60 anni che addirittura, si ridurrebbe a 20, con possibilità di riscatto (non calcolato) e di cessio­ne di quote della società per la par­te dei servizi privati e residenziali. La fregatura per i frascatani sem­b­ra colossale perché anziché incas­sare subito almeno i 42 milioni «cash», l’amministrazione perce­pirà un canone annuale di cui, an­che qui, solo sulla carta è chiara l’entità: in alcuni carteggi è pari a 1,6 milioni di euro, in altri la cifra addirittura scompare come denun­cia­to in aula dai consiglieri d’oppo­sizione D’Orazio, Privitera e Con­te.

Insomma un film all’apparenza senza capo né coda, dove gli attori si scambiano di ruolo, tant’è che il finale è ancora tutto da scrivere vi­sto che in questi primi anni dalle carte emerge un solo pagamento al Comune di Frascati, una tan­tum, di 500mila euro. Poi il nulla. Ma dove il kolossal immobiliare rischia l’insuccesso è sull’analisi delle procedure del bando. Gli in­quirenti si sono trovati davanti la Cer, colosso delle coop rosse, che presenta un progetto e prende po­chissimi punti. Poi c’è la Sisi,che di­mentica di depositare la fideiussio­ne bancaria. Quindi la Moca co­st­ruzioni perde pur avendo sostan­zialmente già vinto anche grazie al­l’offerta economica più alta. Chia­mato a dirimere la controversia, il Tar del Lazio formalmente dichia­ra fondato il ricorso di Moca ma non può accoglierlo perché pre­sentato con un giorno di ritardo. Tutte stranezze meritevoli di ap­profondimenti. Considerata «anomala» anche la procedura di vendita di altri pre­gi­ati terreni del Comune di Frasca­ti, denominati «Anagnina 1», se­questrati a maggio dalla procura di Velletri perché il prezzo di vendita di dieci anni fa (spalmato su 22 so­cietà) sarebbe di 8 milioni a fronte dei 18 calcolati dai periti. In en­trambi i casi a promuovere la di­smissione è stata la giunta guidata dall’ex sindaco, cinefilo anch’es­so, come detto ieri, Francesco Pao­lo Posa, ora capogruppo Pd in con­siglio comunale.

Interpellati, i tre consiglieri d’op­posizione che con le loro denunce pubbliche hanno involontaria­mente accesso i riflettori degli in­quirenti, al Giornale confermano quanto detto in aula: «Prima che la situazione degeneri, e per il bene della collettività, il nuovo sindaco Di Tommaso deve recuperare i ter­re­ni venduti adoperandosi per an­nullare gli atti perché quanto sta emergendo è preoccupante, e non dà lustro alla città». Un ultimo ri­chiamo, prima dei titoli di coda. (2-fine)