Lo scandalo-foto infiamma l’Unione. L’ira di Prodi si abbatte sugli alleati

Un dirigente dell’Ulivo: "Romano è in guerra contro tutti". Il premier striglia Mastella che parlò di dimissioni: "Da te non me l’aspettavo". E pure la moglie Flavia ora ha qualche dubbio

Roma - «È stata solo una sciocchezza di una sera, una stupida curiosità, ma non può bastare. Non si crocifigge una persona per una sciocchezza del genere». Silvio Sircana ha preso il toro per le corna, affrontando senza reticenze il caso che lo ha sbattuto in prima pagina, difendendo la propria «faccia» e la propria «credibilità». Una lettera alla Stampa, un’intervista alla Repubblica. Il colpo anche fisico subito, l’ammissione di aver molte volte pensato alle dimissioni, in questi giorni.

Le famose foto sono state pubblicate ovunque, ma questo punto della vicenda sono diventate la cosa più innocua. Perché «la verità è che il caso politico non riguarda più le personali e veniali faccende di Sircana, ma si è trasformato in una guerra di Prodi contro tutti, dentro la maggioranza», confida un dirigente dell’Ulivo. Lo sa bene il ministro della Giustizia Clemente Mastella, che ieri mattina è stato investito da una telefonata infuriata del premier, sui toni del «tu quoque, Brute fili mi». Tutto per una frasetta del Guardasigilli, riportata dalla Stampa ieri: «Glielo abbiamo detto tutti, a Romano, che la cosa migliore sarebbe stata che Sircana si dimettesse, anche se lui non ha colpe di alcun genere». «Da te non me lo aspettavo, Clemente», è stato il tono della telefonata prodiana.
Di lì a poco, il ministro ha diffuso una smentita, prendendosela con l’abitudine di alcuni giornalisti di «prendere spezzoni di frasi» per dimostrare le proprie tesi: «Non ho mai sostenuto la necessità che Silvio Sircana si dimettesse dal suo incarico di portavoce di Governo», dice Mastella. «Ho sempre e ovunque difeso Silvio dagli attacchi strumentali che gli sono stati mossi - spiega -. In questi giorni ho sempre detto che una giustizia fondata sulla gogna mediatica non è giustizia».

Ma il braccio di ferro innestato dal premier per difendere il portavoce unico del governo, che lui aveva investito di questo ruolo chiave solo poche settimane fa, nelle convulse fasi conclusive della crisi di governo, ha provocato una reazione di malumore nella maggioranza e nello stesso governo. D’Alema, Rutelli, Di Pietro, l’Udeur, non sono pochi quelli che lo han fatto trapelare. A far irritare molti nel centrosinistra è stata la fretta con cui è stato chiesto alla maggioranza di compattarsi nella solidarietà al portavoce, affrettandone la nomina ufficiale, sulla base dell’assunto che si trattasse di una «montatura», e dell’esclusione che le foto incriminate esistessero. «A Silvio Sircana va riconosciuta una dignità ed un coraggio che di questi tempi sono veramente merce rara», dice il capogruppo dipietrista, Massimo Donadi. «Per quanto riguarda le sue mancate dimissioni si tratta di una scelta che noi rispettiamo in quanto attiene alla sua sensibilità anche se, come Italia dei Valori, la nostra scelta sarebbe stata diversa».

Il malumore, raccontano i ben informati, è arrivato fin tra le pareti domestiche prodiane: gli addetti ai lavori sanno da tempo, ben prima che scoppiasse il caso «paparazzi», che Silvio Sircana, personalità alquanto autonoma e poco omogenea al «clan emiliano» stretto, non gode dei favori della first lady Flavia, molto influente nelle scelte di uno «staff» in realtà assai meno coeso e simpatetico di quanto appaia. Ma Prodi in questi giorni è stato categorico con tutti, parenti e ministri: «Vogliono colpire Silvio per colpire me, ma stavolta non mi farò imporre un secondo caso Rovati». È convinto che non ci sia nulla di casuale nella costruzione dell’«ignobile polverone» scatenatosi sul suo portavoce, sospetta complotti per indebolire la sua immagine. «Ma quali complotti!», sbotta un capogruppo di maggioranza, «il casino l’ha fatto tutto lui, che per difendere Sircana ha peggiorato la situazione. Mica è colpa nostra se Rovati mandava fax intestati a Palazzo Chigi e Sircana si fermava di notte sulla strada delle mignotte: li ha scelti lui, non noi». E mentre sul governo si sta scatenando una bufera internazionale ben più pesante della precedente, tra il premier e la sua maggioranza regna il gelo.