Scandalo intercettazioni, Ora tocca a Cameronchiarire su Murdoch

Il premier inglese dovrà spiegare alla commissione d’inchiesta gli incontri e le cene con lo Squalo e i manager del suo gruppo

In principio fu Tony Blair, chiamato a rispondere di omissioni ed errori che influenzarono la sua decisione di entrare in guerra contro l’Irak. Oggi è David Cameron, chiamato a rispondere delle relazioni pericolose con il «clan Murdoch», che lo hanno spinto a nominare Andy Coulson, l’uomo fidato dello Squalo ed ex direttore di News of the World, nel ruolo di portavoce del governo, per poi rimuoverlo sull’onda dello scandalo delle intercettazioni illegali. A Londra il gioco si ripete. Un altro potente alla sbarra. Di fronte a una commissione il cui giudizio finale, seppur «indipendente», sarà esclusivamente politico. Ma i cui risvolti avranno un’eco mediatica internazionale.

È l’ora dei pezzi grossi. Come Blair di fronte alla «Chilcot Commission» sull’Irak, il premier Cameron sarà chiamato a maggio di quest’anno - 99,9% di possibilità, dicono fonti vicine all’inchiesta citate dal Times - a rispondere sotto giuramento delle sue amicizie e delle sue scelte politiche nell’ambito della «Leveson Inquiry», che sta indagando sugli intrecci tra organi di informazione, politica, investigatori privati e schegge corrotte di Scotland Yard. Con una differenza: quando il leader laburista si presentò a testimoniare nel 2009 la sua esperienza politica era già chiusa e i fatti di cui doveva rispondere risalivano a cinque-sei anni prima. Quando a maggio Cameron si presenterà davanti alla Commissione bipartisan che lui stesso ha voluto - o dovuto - istituire sull’onda dello scandalo delle telefonate spiate dai giornali del gruppo News International, il leader Conservatore sarà premier in carica, in attesa di ricevere dallo stesso organismo suggerimenti su come «regolare» il mondo mediatico britannico travolto dal terremoto intercettazioni.

Per quella data i ricordi non saranno poi così sbiaditi, compresi i party e le cene a casa della pupilla dello Squalo, Rebekah Brooks, la partecipazione al matrimonio di lei (tra gli invitati anche l’allora premier Gordon Brown e moglie), le vacanze nell’Oxfordshire dove «la rossa» è vicina di casa insieme con la figlia di Rupert, Elizabeth (il cui marito è molto amico del premier), la visita sullo yacht dello Squalo al largo dell’isola di Santorini nel 2008 e i 26 incontri con i dirigenti del gruppo dopo l’elezione. Ricordi freschi non solo per il premier ma anche per gli altri pezzi grossi - o «pupazzi», come i nemici di Murdoch amano rappresentare i politici alla corte dello Squalo - che la Commissione intende far sfilare a Londra.

Dopo l’audizione in mondovisione di Mister Rupert e del figlio James, è l’ora di punzecchiare Downing Street e dintorni. Non solo Cameron, che ha già fatto sapere che ci sarà. «Non è possibile valutare i rapporti con la stampa e i politici senza parlare con i leader politici, incluso il premier, l’ex premier e il leader dell’opposizione», ha detto la fonte citata dal Times. E il titolo di prima pagina sulla convocazione di Cameron, sparato ieri, in esclusiva, dal quotidiano di punta della famiglia - quello di «qualità» - suona quasi come un avvertimento.

Sotto a chi tocca. Che ognuno abbia la sua gogna mediatica o la sua possibilità di riscatto. Di certo anche Gordon Brown, l’ex premier laburista che - parola di Kelvin Mackenzie, per 13 anni direttore del «Sun» - dopo aver subito il voltafaccia del tabloid in campagna elettorale (e memore della festa organizzata dalla moglie Sarah, ex Pr, per i 40 anni della «pupilla» Rebekah), chiamò Murdoch minacciando: «State cercando di rovinare me e il mio partito, io rovinerò voi e la vostra società». Brown e il suo entourage negano che la telefonata sia mai avvenuta. Ma Mackenzie, durante la sua audizione due giorni fa di fronte alla Commissione, ne ha approfittato per precisare altre due cosine: «Il mondo del giornalismo è pieno di snob. Mettiamo che hai il numero di Tony Blair, lo intercetti e scopri che sta ingannando il governo per andare in guerra. Se pubblichi una storia del genere sul Sun ti danno sei mesi di carcere, ma se lo fai sul Guardian ti danno il Pulitzer». Tutto agli atti. A futura memoria.