Scaramella, ospedale dopo 100 giorni di cella

«Oggi sono andata a trovarlo e ho abbracciato un uomo che di Mario non aveva più niente. Nessuna vita, nessun entusiasmo, nessun carattere. Mi ha detto: “Torno presto, basta che io gli dica (ai magistrati, ndr) quello che vogliono che io dica e posso tornare”. Non mi ha dato il tempo di rispondergli che no, non deve accollarsi colpe non sue, che lui ha dalla sua la forza della ragione e della verità... Mi ha interrotta con uno sguardo che era una smorfia di rassegnazione che non dimenticherò mai; mi ha detto che se continua a credere a queste favole lo tengono dentro per due anni e lui non ce la fa! Purtroppo è vero. Mi sono resa conto oggi che lui non ce la farà. La ragione e la verità non gli danno alcuna forza. Sono anzi la sua debolezza».
E poi: «Hanno ucciso Mario. Il mio Mario non c'è più. Sono riusciti a spegnere quel fuoco che bruciava dentro lui. La sua lucidità, la sua intelligenza, la capacità di analisi, la genialità che lo distinguevano non ci sono più. Oggi ho visto un omino piccolo, fragile, debole, impaurito, sconfitto... Te lo scrivo piangendo dal dolore e dalla rabbia: avrei preferito che fosse morto piuttosto che vederlo annientato in questo modo. Non deve piegarsi. Piuttosto si spezzi ma non deve mollare! Come fare? Anche se oggi so che l'uomo che amavo non c'è più, in onore di ciò che era voglio fare qualsiasi cosa per salvare quello che di lui rimane. Questa lettera è un delirio. Scusami. Giorgia».
È un pezzo difficilissimo quello che sto scrivendo sia perché mi investe come cittadino, come rappresentante dei cittadini e come essere umano; sia perché per scriverlo devo usare senza esserne autorizzato una lettera privata che mi è stata inviata in via confidenziale: una e-mail di Giorgia D., che ho conosciuto come la ragazza di Mario Scaramella, che adesso vive all’estero ma che ieri l’altro è venuta in Italia. È riuscita a vedere l’uomo che ha amato come un detenuto e un rottame umano all’ospedale Santo Spirito dove era stato portato d’urgenza dal vicino carcere di «Regina Coeli» in cui si trova in isolamento dalla notte di Natale del 2006, dopo oltre 100 giorni di carcere senza processo e senza condanna.
Sono stato combattuto a lungo fra il rispetto per un documento privato e l’interesse pubblico. E ho deciso, in tutta coscienza, di rendere pubblico ciò che questa donna disperata e sbalordita mi ha scritto. Spero che capirà e che mi perdonerà, ma le sue parole sono autentici macigni che infrangono il vetro del non detto, dell’ignoto su quella procedura medioevale italiana per cui un accusato (calunnia nei confronti di un ex capitano del Kgb, per di più clandestino in Italia, e poi di una ipotesi di traffico di armi) viene scaraventato in galera e tenuto lì a marcire finché, per usare le parole dello stesso detenuto Scaramella, «non dica esattamente quello che vogliono che io dica: solo allora potrò tornare a casa».
Ecco come Giorgia D. inizia la sua drammatica lettera: «Ieri (martedì 3 aprile, ndr) aspettavo la telefonata settimanale di Mario a casa dei figli per fargli una sorpresa, dato che non sapeva che sarei tornata in Italia per Pasqua. Ma la sorpresa l'ha fatta lui a me. La telefonata era in ritardo di due ore rispetto all’orario concordato con il carcere ma nessuno si è preoccupato di avvertire il padre di Mario che qualcosa era successo. Così il padre di Mario ha chiamato Regina Coeli ad ha appreso che nel pomeriggio era stato ricoverato in ospedale per un non meglio specificato “attacco di cuore”».
Io posso aggiungere che dal padre di Mario, terrorizzato all’idea che i magistrati possano accusarlo di voler «speculare» sul dramma del figlio ricoverato, avevo saputo che il malore era ormai uno dei tanti che si erano succeduti con tachicardie, collassi, pressione alta, perdita di conoscenza, ingrossamento della tiroide e della prostata e perdita di capelli. Qualcuno ha ricordato la sua esposizione al Polonio 210 quando si trovò nel famoso Sushi Bar di Piccadilly Circus dove incontrò Alexander Litvinenko già avvelenato. Come mi disse Oleg Gordievsky in casa sua il 7 gennaio scorso: «Mario e Alexander si abbracciarono e baciarono due volte sulle guance “alla maniera italiana”, Questo spiega l’immediata e forte contaminazione da Polonio per Scaramella, simile a quella della moglie di Alexander, Marina, che però poi sono gradualmente scomparse». Ma ieri i sanitari dell’ospedale «Sandro Pertini», dove nel frattempo Scaramella era stato trasferito, hanno escluso analisi sugli effetti di una contaminazione.
Così finisce la lettera e ogni commento è superfluo. Anzi, ogni commento sarebbe necessario e anzi indispensabile. Come appare indispensabile rendere chiaro e noto che questo capitano Alexander Talik, il calunniato, è uno che ha lavorato nell’ex Unione Sovietica alle dipendenze di quello che una volta si chiamava IX Direttorato del Kgb e che adesso ha assunto la denominazione PSB, cioè servizio per la sicurezza presidenziale. Il fatto è che in quel servizio hanno lavorato, insieme a lui, anche due noti gentiluomini: Andrei Lugovoy e Dimitri Kovtun, entrambi indagati in Gran Bretagna come gli assassini materiali di Litvinenko. Inoltre sappiamo che lo stesso Talik, furioso per aver letto un anno fa una intervista alla Novosti di Litvinenko in cui veniva descritto come un terrorista e un trafficante di armi, disse per telefono alla convivente: «Questo stronzo dobbiamo metterlo a tacere. Voglio sapere dove abita esattamente e tutto il resto: ho parecchi amici generali a Mosca ed ho mandato qualcuno per dir loro quello che penso». Secondo Scotland Yard il delitto Litvinenko cominciò ad essere studiato ed attuato, con lente manovre di avvicinamento, poco più d’un anno fa, a febbraio, e portato a compimento quel primo di novembre in cui era stato accertato che Mario Scaramella avrebbe incontrato la vittima predestinata, così da essere colto con le mani nel sacco come possibile avvelenatore, scaraventato sulle prime pagine e sulle news di tutto il mondo e distrutto.
L’operazione iniziata il 1° novembre si concluse tre settimane dopo con la morte di Litvinenko e l’inizio della esposizione al ludibrio di Scaramella. Poi seguirono a ruota, in una successione precisa da vera macchina da guerra, le interviste riconosciute poi dagli intervistati Limarev, Gordievsky e Bukovsky come false o manipolate di Repubblica, e lo scatenamento della caccia all’uomo, in questo caso contro il presidente della Mitrokhin, le cui intercettazioni sono state distribuite illegalmente a selezionati giornalisti. L’ultimo atto fu l’arresto di Scaramella sotto l’aereo che lo riportava da Londra la notte di Natale e l’ultimissimo è quello che Giorgia D. descrive in modo così disperato: quell’uomo non è più lo stesso, dice di essere pronto a sottoscrivere qualsiasi documento, qualsiasi accusa contro se stesso o contro altri, pur di poter recuperare la sua libertà e la sua vita.
Il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi ha rilasciato una dura dichiarazione a questo proposito, il senatore Lucio Malan è intervenuto in Senato più volte chiedendo, come abbiamo fatto anche noi, al governo di uscire allo scoperto, specialmente al ministro di Grazia e giustizia che dichiarò «Guzzanti è indifendibile», di dire che cosa esattamente sta succedendo a questa vicenda che comincia ad emanare un pessimo odore. Io non so se Scaramella sia o no responsabile delle accuse che gli sono state rivolte. Vedremo il processo, vedremo le prove, vedremo le carte e i testimoni. Se è colpevole pagherà. Ma finora il cittadino Scaramella Mario, incensurato, ex collaboratore del Parlamento della Repubblica Italiana, è vittima di un sistema e di una pratica giudiziaria di cui ci vergogniamo e che ci è persino impossibile spiegare ai colleghi giornalisti stranieri che si informano su questo caso, sepolto in Italia dalle manovre delle più oscure (ma poi non tanto) retrovie della politica.
Paolo Guzzanti
www.paologuzzanti.it