«Scarcerate mille nostri compagni e libereremo il caporale israeliano»

Arriva con un fax la «richiesta umanitaria» dei terroristi

Gian Micalessin

Mille galeotti per un caporale. La posta per Gilad Shalit è stata finalmente annunciata, messa nero su bianco da un fax firmato dalle Brigate Ezzedin Al Qassam, l’ala militare di Hamas, dai Comitati di Resistenza popolare e dal «Gruppo islamico». Ma il prezzo non aiuta la trattativa. Anzi la rende molto più difficile. «Il primo ministro Ehud Olmert ha ripetuto che non vi sarà alcun accordo. O il caporale Shalit verrà rilasciato o agiremo per ottenere il suo rilascio», ribadiva ieri un comunicato del ministero degli Esteri israeliano diffuso dal portavoce Mark Regev. E perché il monito fosse ancor più credibile, un elicottero israeliano ha lanciato ieri notte un razzo a Gaza contro l’ufficio del primo ministro palestinese di Hamas Ismail Haniyeh (che però non si trovava nell’edificio).
Tra la prigione del caporale Gilad Shalit e la libertà vi sono dunque almeno altri due muri. Da una parte quello del governo israeliano deciso a rifiutare ogni trattativa, dall’altra quello delle fazioni armate di Hamas e dei suoi alleati sordi a ogni compromesso abbozzato dai mediatori egiziani e dal presidente palestinese Abu Mazen. A dar retta al presidente dell’Autorità Palestinese, le divisioni tra il governo di Hamas, la sua dirigenza in esilio e l’ala militare responsabile del rapimento sono all’origine della confusione che ostacola la mediazione egiziana rendendo inutile la progettata missione nella Striscia di Gaza del capo dell’intelligence egiziana, il generale Omar Suleiman.
«Non esiste un responsabile capace di decidere, per il governo - spiega Abbas che non perde l’occasione di lanciare una dura stoccata al premier fondamentalista - la decisione spetta ai comandanti militari, ma questi dichiarano che tutto è in mano ai dirigenti all’estero, mentre il premier Ismail Haniyeh non sembra aver più alcun ruolo».
In mezzo a tanta confusione c’è il caporale dal volto da bambino e, assieme a lui, centinaia di migliaia di civili palestinesi prigionieri e vittime di una delle più pericolose crisi degli ultimi anni. Una crisi politica, militare e umanitaria di cui, più passa il tempo, meno si vedono sbocchi negoziali. Una crisi che molti osservatori ritengono possa ormai sciogliersi solo nell’orrore e dal lutto di un nuovo durissimo scontro armato. Oltre alle sempre più difficili condizioni nella Striscia, dove da giovedì mancano acqua ed energia elettrica allarma anche la situazione della parte egiziana di Rafah, dove 4.500 civili palestinesi attendono di tornare alle proprie case. La situazione delle centinaia di persone bloccate nella terra di nessuno allo scoppio della crisi è invece assolutamente kafkiana. Per questi prigionieri dell’assurdo senza né cibo né acqua sia le porte di Gaza sia quelle dell’Egitto sembrano chiuse fino al risolversi dell’emergenza.
«Vogliamo rendere pubblica la nostra richiesta giusta e umanitaria», recita il fax con cui i tre gruppi armati hanno chiesto il rilascio di cinquecento fra donne e ragazzi palestinesi minori di 18 anni e di altri cinquecento fra «palestinesi, arabi e prigionieri musulmani». L’inedita richiesta di rilasciare anche detenuti non palestinesi suona come una concessione alle esigenze della Jihad globale oppure come un tentativo di coinvolgere anche i Paesi arabi con cittadini reclusi in Israele. La prima e più inquietante delle due ipotesi darebbe ragione a quanti, subito dopo la cattura del caporale, sospettarono una connessione tra il braccio armato di Hamas e le cellule vicini ad Al Qaida attive sul versante egiziano di Rafah.
Il documento chiede anche l’inclusione tra i mille prescelti per lo scambio di tutti i comandanti militari e di tutti i leader politici. Nonostante le dettagliate richieste, il documento non suona molto ottimista. Tra le righe vi si legge la lucida convinzione di un ineluttabile rifiuto israeliano. «Nonostante la buona volontà dei mediatori e i loro silenziosi tentativi di accelerare una soluzione, il nemico e la sua dirigenza politica sembrano ancora sotto la pressione e l’influenza dell’apparato di sicurezza e dei vertici militari». La conclusione del comunicato è forse quella più preoccupante. I tre gruppi non chiedono la liberazione del caporale, ma prospettano un’imminente e inevitabile catastrofe. «L’arroganza e la determinazione di un nemico che predilige l’escalation militare lo renderà responsabile di tutte le conseguenze».
L’unica notizia positiva in questo cortocircuito di minacce inconcludenti e trattative fallite sembra la conferma delle condizioni relativamente buone dell’ostaggio. Secondo Ziad Abu Aen, un funzionario di Fatah con la carica di viceministro per i prigionieri, i negoziatori avrebbero riferito che un dottore palestinese ha potuto giovedì esaminare e curare le ferite del prigioniero rimasto ferito allo stomaco e alle braccia nell’assalto all’avamposto di Kerem Shalom. Il viceministro ha riferito che il dottore avrebbe medicato tre diverse ferite e il caporale non sarebbe più in pericolo di vita.