Scarcerato a Kabul l’uomo di Emergency

«Sto bene» sono le prime parole pronunciate da Rahmatullah Hanefi dopo essersi lasciato alle spalle tre mesi di carcere con l’accusa di collusione con i talebani nel caso del rapimento di Daniele Mastrogiacomo, e dei suoi due collaboratori afghani decapitati dai tagliagole islamici. Ad abbracciare a Kabul il mediatore di Emergency nelle trattative per il rilascio del giornalista di Repubblica, c’era il fondatore dell’organizzazione umanitaria, Gino Strada. «È una bellissima giornata, non solo per Rahmatullah ed Emergency, ma anche per moltissimi afghani e italiani», ha commentato Strada.
Il caso, però, potrebbe non essere ancora chiuso. Il problema è che gli investigatori dell’Nds, i servizi afghani, hanno sostenuto, durante il processo-lampo e a porte chiuse nel quale Hanifi è stato scagionato, che parte delle prove, delle testimonianze e del dossier contro l’imputato non sono mai arrivati a Kabul da Laskhargah, il capoluogo della provincia di Helmand dove è avvenuto il rapimento di Mastrogiacomo.
Maso Notarianni, di Peacereporter, la costola mediatica di Emergency, ha spiegato che Hanefi resterà a Kabul almeno per i prossimi giorni. «Bisognerà capire la situazione giuridica di Rahmatullah e stabilire - dice il giornalista pacifista - se contro la sentenza che lo ha scagionato è possibile un ricorso in appello».
Lo stesso Mohammed Dawood, fratello di Sayed Agha, l’autista di Mastrogiacomo decapitato per primo dai talebani, accusava Hanefi di aver fatto finire in trappola il giornalista italiano e i suoi accompagnatori afghani. Le testimonianze in tal senso raccolte nella provincia di Helmand, non sarebbero mai arrivate ai giudici di Kabul.
«La nostra famiglia è scioccata per questa scarcerazione e soprattutto per il fatto che il processo si sia tenuto senza informarci. Ho perso mio fratello, ma – ha spiegato a il Giornale Dawood – se Hanefi è veramente innocente sono contento per lui. Solo che voglio capire bene cosa sia successo». Anche Monir, il fratello di Adjmal Nakshbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, è sulla stessa lunghezza d’onda: «Non abbiamo nulla di personale contro Hanefi, ma a questo punto investigheremo personalmente».
Shukria Barakzai, la prima parlamentare afghana che aveva denunciato lo scambio di cinque prigionieri talebani con il solo Mastrogiacomo, mentre gli afghani erano stati uccisi, è dura: «Penso che la cultura dell’immunità debba finire in Afghanistan, sia che si tratti di pressioni straniere o interne. Ci avevano promesso che il processo sarebbe stato pubblico e che ognuno vi avrebbe potuto assistere». Invece si è preferito un procedimento a porte chiuse di poche ore, che ricorda i tribunali speciali ai tempi dei sovietici, anziché un sistema legale riformato con l’aiuto dell’Italia.
La buona notizia è che Emergency forse tornerà in Afghanistan. «Se tutti sono disposti a voltare pagina - ha affermato Strada - si può ricominciare a lavorare».
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(ha collaborato
Bahram Rahman)