Scaricare gli indagati L'escamotage staliniano che tanto piace al Pd

Il rito sinistro dell'auto sospensione. Il Pd usa questo trucchetto per
scaricare i compagni indagati. Ma non cancella le colpe del partito

La sinistra pur di non riconoscere che pecca quanto gli altri - e pure di più, stando ai numeri - ricorre a espedienti infantili. Il più immediato è dire a caldo: «Ciò di cui è accusato Penati non è paragonabile a quel che ha fatto Milanese». Confonde le acque, suggerendo che il delitto di sinistra sia meno grave di quello di destra. Attenti al vocabolario: il sinistro Penati è «accusato» (dunque la cosa è da verificare) mentre il destro Milanese «ha fatto» (si dà per scontato il peccato). Vediamo però in concreto: Penati è indagato senza mezzi termini per avere preso mazzette miliardarie da alcuni imprenditori che le quantificano fin da ora con precisione; Milanese è invece confusamente accusato solo dai pm - non da altri - di avere fatto lobby (all’ombra del ministro Tremonti) per trarne utilità. A occhio, dei due, Penati è messo peggio e il tentativo di insinuare il contrario è un trucco.

Come detto, questo è il modo iniziale usato da Bersani & Co per non pagare dazio. Quando invece le accuse non si possono più discutere perché sono circostanziate e pesanti si passa all’abbandono del compagno che sbaglia per salvare il partito, cioè se stessi. Una caratteristica - odiosa - della sinistra è di buttare a mare il militante inguaiato per fare credere che sia l’unica mela marcia nel giardino dell’Eden. Anche se la presunta corruzione serviva a riempire le casse collettive. Un modo perfetto per non fare mai i conti con la «questione morale» (di cui la sinistra si riempie la bocca) essendo la colpa sempre di un individuo che ha torto e mai del gruppo nell’insieme.

Nella circostanza, la parola «magica» è «autosospensione». Questo è chiesto ogni volta ai Penati di turno. Il povero Filippo si è già dimesso da vice del Consiglio regionale lombardo e da altre cariche. Il Pd, non contento, gli chiede ora di «autosospendersi» dal partito per marcare le distanze tra lui e gli altri iscritti. A parte il disgusto per questo ostracismo che rinnega, nella difficoltà, anni di amicizia (con Bersani), ma cosa cambia per il Pd se Penati si sospende? Non è forse lo stesso Penati che fino a ieri andava a braccetto con i compagni, lo stesso che trattava con gli imprenditori, concedeva licenze, favoriva o bloccava in quanto membro del partito ed eletto a una carica pubblica con i suoi voti? È possibile che Bersani & Co credano che Penati, autosospendendosi, non sia più percepito dalla totalità degli italiani come un ex Pci, un ex Pds, un Pd a 24 carati come lo è stato finora? È ridicolo ed è infame esigere che un problema fiorito in famiglia possa essere risolto col ripudio per salvare il clan. Anzi, neanche ripudio. La pretesa è che sia Penati, di sua volontà, a sacrificarsi. Neppure il coraggio di un atto di imperio per non apparire costituzionalmente scorretti come accadrebbe se il partito cacciasse il reo per colpe presunte e prima dei processi.
C’è nel rito sinistro dell’autosospensione un’inquietante traccia del peggiore passato comunista: i processi staliniani in cui l’imputato doveva auto accusarsi, responsabile o no, per sottolineare che la colpa era sua e sua soltanto, liberando il partito, la causa e la rivoluzione da qualsiasi sospetto. Questa ossessione di separare il destino dei singoli da quello della compagine è squisitamente comunista. Dalle fughe a Praga segretamente favorite da Togliatti in attesa di momenti migliori, allo gnorri di Occhetto e D’Alema - «chi lo conosce?» - verso il collettore di mazzette Primo Greganti. Tutto, nell’illusione di salvare il partito, favorita dai tanti - politici, toghe, giornali - che hanno lasciato credere agli ex Pci che il diversivo fosse efficace. In realtà, l’impresa è sempre fallita. Gli italiani hanno guardato con sospetto la mentalità paramilitare di chi pensa di potere salvare il gruppo sacrificando i singoli. La costrizione dell’ex Pci a cambiare continuamente nome, è la prova che i travestimenti, come le bugie, hanno le gambe corte.

Proprio sui nomi si basa la più recente invenzione per evitare che il Pd paghi per le sue magagne. L’idea è di quel tipetto senza vergogna di Rosy Bindi. La presidente del Pd ha detto che poiché Penati è un ex Ds, e suoi presunti pasticci li ha fatti quando vestiva quei panni, lei e il suo Pd non c’entrano. Ossia, vero che oggi Penati è Pd, ma l’eventuale delinquente è diessino. Idem per Alberto Tedesco, ex socialista. Oggi è del Pd, ed è stato il Pd a farlo senatore per salvarlo dall’inchiesta pugliese. Ma se è di mano lesta - dice Bindi - il Pd non c’entra perché la sua tara è di essere ex craxiano. Cosa non si fa per salvarsi la pelle. Pensa mai, signorina, che lei siede forse su uno scranno, di buon legno e bella fattura, pagato con i danè dei passati intrallazzi dei tanti ex confluiti nel suo immacolato Pd?