Scaricato da alleati e Colle il premier fa la voce grossa

Paolo Armaroli

Se il governo Prodi dovesse cadere di qui a poco, meriterebbe il seguente epitaffio: «il ministero scaduto fu quasi ridotto all’impotenza; e consumò gran parte del suo tempo ora a comandare senza essere ubbidito, e senza avere i mezzi (notate bene) di farsi ubbidire, ora a protestare contro gli ordini avversi che, lui insciente o ripugnante, si mandavano ad effetto». Queste parole, pensate, furono pronunciate da Vincenzo Gioberti al Circolo politico di Torino la sera del 23 agosto 1848. Più di un secolo e mezzo fa, dunque. E sono più che mai attuali. Ma chi era l’illustre predecessore dell’attuale presidente del Consiglio pro tempore? Era Gabrio Casati, il cui governo durò meno di un mese. E precisamente dal 27 luglio al 14 agosto 1848.
Certo, l’importante è durare. Come riteneva la Buonanima non senza ragione. Sì, ma a tutto c’è un prezzo. E lo spettacolo lo abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. A modo suo, il presidente del Consiglio si consola. E, come si dice, chi si accontenta gode. Alla Bbc, che non è la Rai, ha affermato che «passo dopo passo il mio governo va avanti...». E ha aggiunto: «Sarei dovuto cadere prima dell’estate sulla politica estera; poi dopo l’estate per problemi di bilancio; ora per il voto sulla Finanziaria». Ma sa bene, come Lorenzo il Magnifico, che di diman non c’è certezza. E lui, a scanso d’equivoci, ostenta la sua polizza di assicurazione sulla vita. Ha detto più volte ai suoi alleati (si fa per dire) che se va a casa lui ci vanno pure loro. Se è stato costretto a ripetersi, è perché evidentemente ministri e maggioranza non ci sentono bene da questo orecchio. E, si sa, non c’è peggior sordo di chi non intenda sentire.
Fino a qualche tempo fa Prodi un qualche buon motivo ad ammonire i suoi alleati lo aveva. Difatti costoro, per mettere in riga i più recalcitranti, un giorno sì e l’altro pure sostenevano che se per malaugurata ipotesi fosse caduto il governo, non ci sarebbe stata altra alternativa che quella delle elezioni politiche anticipate. Fatto sta che nelle ultime settimane più cresceva il disincanto dei compagni di strada del Professore, alimentato anche dalle notizie di sondaggi sempre più allarmanti, e più è calato il silenzio sugli scenari dopo l’eventuale caduta del governo. Così, sempre alla Bbc, Prodi è tornato non a caso in argomento. Scandendo bene le parole, ha dichiarato: «Nessuno dei miei alleati è interessato a far cadere il governo perché essi cadrebbero con me». Come dire, muoia Sansone con tutti i filistei.
Tuttavia c’è una cosa che salta immediatamente agli occhi. Questa delendo Carthago segue di poche ore l’istruttiva lettera del capo dell’ufficio stampa del Quirinale, Pasquale Cascella, apparsa sulla Repubblica del 15 novembre scorso. Il Colle in definitiva si rivolge alla «nuora» Massimo Giannini per alcune opportune precisazioni affinché bene intenda la «suocera» Prodi. Al quale il capo dello Stato, sia pure con il garbo che gli è proprio, ha rimproverato il muro contro muro con l’opposizione e la netta chiusura a ogni ipotesi di riforma costituzionale. Ma ecco il passo che deve aver messo i brividi addosso al Professore: «Il presidente Napolitano, come ha avuto modo di affermare anche in pubblico, è rigorosamente vincolato al rispetto delle prerogative e prassi costituzionali, in base alle quali i problemi di crisi politico-parlamentari possono essere esaminati solo se e quando si pongano, al di fuori di ogni preventivo e rigido criterio di valutazione e decisione».
Insomma, le elezioni anticipate sono solo una delle possibili alternative, da vagliare solo al momento opportuno. Perciò qualora il Sansone Prodi dovesse tirare le cuoia politiche, non è affatto detto che i filistei dell’Unione facciano la stessa fine. Con tanti saluti a quella polizza di assicurazione sulla vita alla quale come un naufrago si è aggrappato finora il presidente del Consiglio.
paoloarmaroli@tin.it