Dalla scatola nera alla donna:ciò che accadde quella notte

<div>La ricostruzione di Schettino davanti ai magistrati: "Quella ragazza non era con me in plancia. Fuggito? No, sono anche tornato in cabina"</div>

Dal nostro inviato a Grosseto

«Non l’avessi mai fatto l’inchino». Ammette l’errore Francesco Schettino, ma non ci sta a fare il capo espiatorio. Anche la sua difesa si prepara alla controffensiva: la sensazione è che la procura stia indagando a senso unico e stia sottovalutando altre responsabilità. «La demonizzazione di Schettino è comoda, ma non è funzionale alle indagini», spiega l’avvocato Bruno Leporatti. Che chiederà tutta una serie di accertamenti e approfondimenti. Intanto, nell’interrogatorio di garanzia il comandante si difende, per quel che può, dalle accuse che gli arrivano da tutte le parti. Si comincia dalla sciagurata richiesta del maitre Antonello Tievoli. «Lui che è del Giglio, voleva che facessi l’inchino davanti all’isola. Insisteva, insisteva, la settimana prima già mi aveva chiesto di farlo, ma non gli avevo dato retta per via del mare mosso». Questa volta il comandante cede, se non altro per toglierselo di torno, e va incontro all’incidente. Certo, gli inchini erano il segreto di Pulcinella: «Erano una cortesia. Li facevamo a Capri, nella Penisola Sorrentina, in tutto il mondo». Routine. Ma Schettino riconosce che c’è modo e modo di avvicinarsi alla riva. Questa volta qualcosa va storto.

Le giustificazioni che il numero uno dell’equipaggio dà e che il Giornale ha registrato nei giorni scorsi paiono al momento deboli: «Il radar batteva lo scoglio a distanza di sicurezza, poi ho visto la spuma e ho capito». Schettino ordina l’accostata a dritta, ma la manovra non riesce. E la Concordia va a sbattere. In quel momento il comandante della Concordia è al telefono con il commodoro Mario Palombo e i due stanno discutendo dei fondali dell’isola. Palombo è stato raggiunto da una chiamata partita dal cellulare di Tievoli che ha seguito Schettino nella plancia.

Nei giorni scorsi si è parlato anche di una cena molto allegra e galante cui avrebbe partecipato l’enigmatica moldava, Domnica Cemortan, spuntata nel bel mezzo di questa storia. Ma la realtà, quella che il comandante consegna ai pm, è più prosaica: a cena nessuno ha alzato il gomito e successivamente la bella Domnica raggiunge una zona riservata della nave, a pochi passi dalla plancia ma non è con lui al momento dell'impatto. «Faceva parte del personale Costa in altre occasioni, - spiega Schettino - però stava fuori dalla porta» Il commissario di bordo Manrico Gianpedroni l’avrebbe vista di sfuggita nella plancia, ma Schettino respinge questa versione: «Stava in retrovia. Non è che stava sulla plancia dei comandi perché là non ci faccio entrare nessuno. Stava sulla soglia. D’ingresso». Ma chi è Domnica? Il comandante glissa: «Era una nostra comune amica». Il Giornale è invece in grado di confermar un dettaglio già pubblicato: la signorina non era l’amante di Schettino, ma aveva invece una relazione con uno dei personaggi più in vista del suo staff.

«Quel che conta - spiega il suo avvocato Bruno Leporatti - è che il comandante era sobrio, era al suo posto, non aveva partecipato ad alcun festino». Di più Leporatti si affida anche alla scatola nera: «La scatola nera confermerà che il comportamento di Schettino, dopo il drammatico errore iniziale, è stato corretto». In verità c’era stato qualche problema con la scatola nera: «Da quindici giorni c’erano difficoltà con i Vdr (voice data recorder)», una sorta di sistema manuale «Quando schiacciavamo il bottone ci veniva segnalato un errore, ma non so se l’impasse riguardasse solo la lettura dei dati o la loro elaborazione. Però nella parte alta della nave c’è il Voyage data recorder - aggiunge il capitano - e non ho motivo di ritenere che non abbia funzionato». Insomma, Schettino è convinto di poter alleggerire la propria posizione: «Ho detto subito tutto alla Costa, ho eseguito una manovra per portare in salvo migliaia di persone e non è vero che non abbia dato l’allarme. Non ho detto che c’era pericolo per non creare altra confusione, ma intanto le persone venivano avviate ai centri di raccolta». Così quando finalmente alle 22.58 arriva l’ordine di abbandonare la nave, quasi tutti riescono a lasciare la Concordia ormai in agonia. Poi scende pure lui. Come? «Io non mi sono imbarcato, attenzione - insiste - sono caduto sul tetto della lancia. Avrei potuto rimanere a bordo e fare l’eroe», ma sarebbe stato inutile. Schettino corre e si sposta in posizione strategica: «Mi preoccupavano le lance di sinistra che non venivano sganciate». È a quel punto che cade. E perde il suo onore..