Scatta l’allarme per un attacco chimico

Un supertestimone a Roma capta la conversazione di uno straniero sui preparativi in corso per colpire il nostro Paese

Gian Marco Chiocci

da Roma

Ancora un phone center, ancora una comunicazione sospetta via filo: oggetto della chiacchierata, un possibile attentato chimico nella Capitale. L’indicazione è precisa, e la traccia seguita in queste ore dagli investigatori della Digos farebbe riferimento a una conversazione «captata» in uno dei tanti centri telefonici per stranieri disseminati per Roma. All’interno del negozio gestito da un cittadino asiatico incensurato, un nuovo cliente di etnia musulmana, molto probabilmente pachistano, parlando al telefono con un «confratello» avrebbe manifestato apprezzamento per la mattanza del 7 luglio messa a segno nella capitale britannica e avrebbe fatto un esplicito riferimento a preparativi in corso per colpire il nostro Paese, e precisamente la patria dei «crociati occidentali».
In collegamento con un telefono cordless, l’uomo avrebbe chiacchierato a bassa voce, guardandosi continuamente le spalle, attento a chiunque varcasse la soglia del locale, attentissimo a che le sue parole non giungessero all’orecchio di estranei, soprattutto quando - riferendosi sempre a Roma - avrebbe fatto riferimento a materiale di tipo chimico e al ritardo nel confezionamento per la mancanza di alcuni ingredienti.
Nonostante le precauzioni prese, un vicino di postazione telefonica, per di più un suo connazionale, l’11 luglio scorso involontariamente avrebbe ascoltato più passaggi della conversazione. Stando al racconto che il supertestimone avrebbe fatto alla Digos, l’interlocutore si sarebbe espresso con fare risoluto, categorico, quasi un’esortazione continua a esigere quanto necessario per portare a termine l’operazione nel più breve tempo e nel miglior modo possibile. Quale sia questa missione, è ciò che gli investigatori stanno cercando di ricostruire mettendo assieme i molti tasselli confluiti nel fascicolo aperto in un commissariato di periferia e girato per competenza all’ufficio centrale dell’Antiterrorismo.
Parlando delle bombe di Londra, il pachistano sospetto, dai capelli scuri, barba incolta, baffi, con indosso abiti tipicamente etnici eccetto le scarpe da ginnastica ai piedi, avrebbe alternato espressioni preoccupate a grosse risate, forse per depistare l’interesse di eventuali curiosi. Sul finire della telefonata avrebbe anche fornito indicazioni sulla sua abitazione, e sulla distanza da un luogo non specificato esplicitamente, ma che per entrambi avrebbe dovuto significare qualcosa di particolare.
Alcune frasi attribuite al pachistano munito di cordless («Ascoltami bene, gli amici degli amici londinesi possono considerarsi finalmente contenti?», oppure «Guarda che qui a Roma le cose procedono senza problemi, come nelle previsioni, tutto sta filando via bene, e poi ci sono i marocchini...») hanno messo in fibrillazione i poliziotti. Anche perché, stando sempre al racconto del supertestimone, il connazionale poco prima di riattaccare il telefono e guadagnare velocemente l’uscita del locale, avrebbe fatto sicuramente cenno «a qualche cosa di chimico, ma forse si è accorto che lo stavo ascoltando, così ha cambiato argomento, ha abbassato la voce, si è spostato di qualche metro, ha liquidato l’interlocutore e se ne è andato via. «L’ho sentito parlare di Anzio, Nettuno, Lavinio ma non so se abita da quelle parti, io non l’avevo mai visto prima nel phone center».
La segnalazione pervenuta all’Antiterrorismo riaccende i riflettori sull’allarme nazionale lanciato sui «phone center» e gli «internet point» come centri di aggregazione e reclutamento, che da qualche tempo hanno affiancato se non superato la capacità attrattiva dei luoghi di culto, monitorati costantemente e forse oggetto di troppe sgradite attenzioni. La segnalazione fa il paio con l’ultimo allarme raccolto dall’intelligence, che proprio nelle ultime ore è tornata ad aggiornare la mappatura dei siti islamici sotto osservazione per un improvviso iperattivismo on line definito «altamente preoccupante», evidenziandone alcuni particolarmente effervescenti sotto il profilo del reclutamento di futuri martiri di una jihad (guerra santa) che non necessariamente dev’essere esportata.