Scatta la rappresaglia del regime bombardati i villaggi dei ribelli

Il colonnello Ner Dah, che guida la guerriglia karen: «Il nostro attacco dei giorni scorsi a un’unità birmana ha dato fastidio, questa è la risposta»

da Waley Khee (confine thailandese-birmano)

Il boato scuote la vallata, intermittente e lontano. La polizia thailandese ferma il traffico, blocca la strada, rimanda indietro birmani, thailandesi e stranieri. Il telefono squilla all'impazzata. La voce di Ba Wha risuona esile e distante, uno squittio tra i colpi e le esplosioni. «Ci stanno bombardando, hanno iniziato a sparare con i mortai da 60 e da 81, sono tutt'attorno».
Il 50enne medico karen è oltre quel confine sbarrato, in mezzo all'inferno. È il custode e l'anima del pronto soccorso gestito dalla “Comunità Popoli”, l'unica organizzazione umanitaria italiana presente nelle zone controllate dai militanti karen in territorio birmano. Ma ora anche la clinica dei volontari di Popoli è sotto le bombe, assieme ai quattromila abitanti del villaggio di Boe Whay Hta e al 203° battaglione dell'Unità Nazionale karen dislocato tra le colline. Il colonnello Ner Dah Mya scuote la testa. Ha attraversato quel posto di confine poco dopo l'alba. È reduce dalla battaglia di Phalu dove, qualche giorno fa, ha coordinato gli attacchi ad un’unità birmana. Ma non ha solo combattuto. Ha anche terminato gli incontri con i rappresentanti di altri quattro gruppi etnici concordando le mosse di un’imminente offensiva comune. Quelle bombe su Boe Whay Hta e sulla “clinica degli italiani” sembrano la rappresaglia birmana alle sue iniziative. Quel villaggio negli ultimi anni non è mai stato attaccato, mai minacciato così da vicino. Del resto erano anche anni che i karen non prendevano l'iniziativa intercettando e bloccando il trasferimento di un reparto birmano. «Quell'unità - racconta il colonnello - era diretta a Rangoon per portare rinforzo alle divisioni impegnate nella repressione delle dimostrazioni, attaccandola, uccidendo tre ufficiali e un soldato, le abbiamo impedito di contribuire alla difesa del regime. Non sarà una grande vittoria, ma è un messaggio simbolico. Vogliamo far capire che anche i karen sono al fianco dei monaci e dei militanti dell'opposizione scesi in piazza per sfidare l'esercito... quella sfida sta a cuore anche a noi... se le manifestazioni continueranno interverremo concretamente e faremo la nostra parte mettendo a disposizione i nostri uomini e le nostre armi per abbattere la giunta dei generali».
Prima di annunciare la discesa in campo dei karen, il 40enne colonnello Ner Dah ha passato una settimana a tessere la tela di una complessa alleanza con i comandanti militari di almeno altre quattro minoranze etniche che operano alla frontiera. «Per la prima volta dopo tanti anni siamo riusciti a ritrovare un accordo con le formazioni degli shan, dei chin, degli arakan e dei karenni. Insieme controlliamo oltre trentamila uomini e una fascia di confine lunga oltre un migliaio di chilometri. Solo agendo uniti possiamo sperare di creare dei problemi all'esercito birmano. Solo costringendoli ad impegnarsi sul fronte della città e nel contempo a mobilitare le loro truppe lungo un confine di più di mille chilometri possiamo compensare la loro assoluta superiorità militare».
Il tentativo di convincere alcuni ufficiali birmani a cambiar bandiera non sembra invece dar frutti. «Finché non aumenta la pressione internazionale, finché le belle parole non si tramutano in fatti - spiega il responsabile operativo dell'Unione nazionale karen - sarà difficile convincere i generali birmani a fare il grande passo. Temono di fare mosse affrettate, sanno cosa successe ai loro colleghi passati con l'opposizione nel 1988 e si guardano bene dal commettere errori fatali. Le defezioni incominceranno soltanto quando Than Shwe e gli altri generali della giunta saranno veramente isolati a livello internazionale, solo quando la Cina, l'India e il resto del mondo toglieranno loro ogni appoggio. Fino a quel momento il regime resterà in grado di reggersi da solo e nessun comandante abbandonerà il suo posto. In questo momento l'unica possibilità è quella di una rotazione ai vertici, di una lotta intestina tra i capi del regime. Ma se anche il generale Than Shwe venisse sostituito da un suo vice, per l'opposizione democratica e per le minoranze etniche non cambierebbe proprio niente. Sarebbe solo un golpe, un maquillage di facciata».