Gli scatti di Cevallos sul set della violenza

Nel reportage del fotografo ecuadoregno le scene di «Salò», l’ultimo film di Pasolini, a trent’anni dalla sua morte

Lidia Scognamiglio

Fabian Cevallos li ha tenuti nascosti, come un tesoro, per trent’anni. Oggi per la prima volta gli scatti inediti realizzati dal fotografo ecuadoregno sul set dell’ultimo provocatorio film di Pasolini, «Salò o le 120 giornate di Sodoma», saranno esposti all’Auditorium Arte.
Immagini forti, sconvolgenti, forse perché così tremendamente vere, nonostante siano la testimonianza di una fiction. «Le ho riviste esattamente un anno fa, quando lo scandalo dei detenuti in Irak, me le ha fatte tornare alla mente. Ho capito allora che Pasolini aveva già previsto tutto». Il regista si ispira al romanzo di De Sade del «piacere» della violenza, delle sevizie, della perversione sessuale, e traspone l’originaria ambientazione settecentesca nella repubblica di Salò del 1944. Ma le torture delle squadre fasciste sono poco più che un un pretesto per esternare la sofferenza di Pasolini per una società irrimediabilmente votata al consumismo più sfrenato. L’esposizione ricostruisce le scene più sconcertanti dell’ultimo film del regista, morto prima che il montaggio della pellicola fosse ultimata.
I trentasei scatti di Cevallos testimoniano, infatti, le sequenze finali che riprendono un’escalation di torture e umiliazioni culminanti con l’uccisione delle giovani vittime. Non sono foto di scena, ma le istantanee di un reportage a sé stante che rivela nuove inquadrature, scorci inattesi e scene non montate, perché rubate dal laboratorio dove il regista stava lavorando.
Sono passati trent’anni dalla sua morte, ma le immagini di quella pellicola continuano a turbare le coscienze degli spettatori. «Più che un reportage, fu per me una vera e propria presa di coscienza». Fabian Cevallos ci racconta la sue esperienza sul set: «Mi ricordo una delle scene, una delle prime violenze. La prima volta non riuscii a fotografarla perché era talmente vera, talmente violenta che mi sono tornate in mente tutte le torture di cui da sempre si sono resi responsabili i militari delle dittature del Sud America, che è il posto in cui sono nato e cresciuto. A partire da quel pomeriggio, anche io ho cambiato il mio modo di fotografare». Oggi, dopo tanti anni Cevallos ha il coraggio di riprendere quegli scatti per dedicarli a «tutte le vittime dell’orrore sotto tutte le sue forme, dalle più umilianti alle più crudeli, dove la follia umana si esprime in un “canto” di torture fisiche e morali».
La mostra «Salò: mistero, crudeltà e follia» sarà aperta fino al 2 novembre,dal lunedì al venerdì ore 17-21; sabato e festivi 11-21.