Lo sceicco che sognava di invadere l’Europa

Titolo: "Non uccidete Bin Laden". Trama: "Afghanistan, 2003. John Wilson, tiratore scelto dei Berretti Verdi, corpo d'élite dell'esercito degli Stati Uniti, è pronto. Al centro del suo reticolo di mira, il terrorista più ricercato del mondo: Osama Bin Laden. Ma proprio nell'istante in cui Wilson sta per portare a termine l'esecuzione, giunge il contrordine. Qualcuno ha interesse a tenere in vita lo Sceicco del Terrore. Qualcuno che stringe in pugno le sorti stesse di una guerra che sembra infinita…" Pura fiction. Un "Segretissimo" del 2008 firmato da Filippo Pavan Bernacchi.
Stavolta, il proiettile è partito. Lo garantisce il presidente degli Stati Uniti in persona. Tocca fidarsi. Una sola palla, definitiva. E un mito che finisce in pezzi, in un flash, come la testa sulla cui verticale pendeva una taglia da cinquanta milioni di dollari. Eppure, l'atmosfera da realtà romanzesca che ha sempre circonfuso la figura dello sceicco che sognava la jihad universale, ed è finito come un topo in trappola, peggio di Saddam, stenta a dissolversi. Osama era già stato ucciso tre anni fa, mormorano a Karachi e a Rawalpindi. Macchè, è ancora vivo e lotta insieme a noi, prorompono a cuori uniti i suoi fedeli sparsi nelle scuole coraniche del Golfo, di Londra e di Giakarta. Non è vero, era già morto al tempo di Tora Bora (quando gli americani lo cercavano con lo stesso scrupolo, la stessa indaginosa tecnica del cucchiaino che svuota l'uovo) si racconta nelle botteghe ai margini di Peshawar, dove mani esperte di fabbri ferrai producono lanciarazzi, fucili mitragliatori e mortai per i talebani del mullah Omar. Ma ad ucciderlo, raccontano in quei fondachi, in quelle fucine rosseggianti era stata la sua insufficienza renale; non le bombe dell'aviazione Usa.
Così, avvolta nel mistero, e guarnita da avari e malcerti brandelli di verità sembra destinata a vivere, nel ricordo degli uomini, la perversa immagine da buon pastore con comodo di kalashnikov al piede che emerge da certi ricordi che stingono nella memoria; e ora vanno assumendo anch'essi le sfumature, i colori di una leggenda sanguinaria, di una storia accaduta in un altro tempo. Eppure sono passati solo dieci anni. Osama in una videocassetta registrata nella sua ridotta aspromontana di Tora Bora, il dito da maestro sospeso nell'aria ad ammonire la catastrofe prossima ventura per i "crociati" d'Occidente guidati dal Satana americano e dal suo reggicoda sionista, ricordate? Il "buon pastore" e il "sermone della montagna", ma il tutto diabolicamente rovesciato. Possibile, ci dicevamo guardando lo sceicco e la sua spalla destra, il medico egiziano al Zawahiri, che due così, a capo di una banda di straccioni con la pezza girata intorno alla testa potessero aver inflitto quell'indimenticabile uppercut, quell'uno-due all'America?
Osama Bin Laden nasce a Riyad, Arabia Saudita, il 10 marzo 1957. Suo padre è un ricco palazzinaro yemenita. La madre, una siriana. Osama è il diciassettesimo di cinquantadue fratelli.Succede, da quelle parti. Giovanissimo, si avvicina alla corrente dell'Islam wahhabita, che predica un ritorno alla religione delle origini. A ventidue anni è già in Afghanistan. Porta soldi, armi, combattenti alla causa dei mujaheddin che si battono contro i sovietici. Col mullah Omar, il capo dei talebani, si intendono a meraviglia. Stesso carattere, stessa vocazione monacale, ascetica. Stessa draconiana interpretazione dell'Islam, tutto castigo, penitenza, sacrificio, sottomissione. Stesso orrore per tutto ciò che sa di svago e di allegria: musica, tv, cinema, ballo, carte da gioco. Con questa differenza: l'orizzonte e le ambizioni di Omar non vanno oltre i confini dell'Afghanistan. Osama, come un eroe del "Risorgimento islamico", vuole invece la Guerra Santa.
Da tempo, Bin Laden era virtualmente sparito dalla scena. Ma che fosse già stato sconfitto dalla storia, e si fosse ridotto al rango di (pericolosa) macchietta, lo avevamo capito nel gennaio del 2010, quando accusò gli Stati Uniti di non aver rispettato il protocollo di Kyoto, e di essere dunque tra i maggiori responsabili dell'effetto serra.
Per anni, il suo ghigno sprezzante, i suoi roboanti proclami, il fervore che le sue parole inocularono nelle teste calde del jihadismo mondiale ci fecero temere il peggio. Temevamo attacchi a catena, bombe "sporche" ,il terrore quotidiano. Ma il peggio non è venuto. E certamente siamo stati bravi noi, l'America, l'Occidente, a disinnescare la bomba vagante del qaedismo, e a chiudere gli spazi in cui il terrorismo islamico cercava proseliti. Ma il nulla sostanziale seguito agli attacchi alle Torri testimonia il fragoroso fallimento di un'organizzazione che doveva accendere i cuori dei giovani musulmani e si è invece penosamente incartata. Gli attentati di Londra e ai treni di Madri furono infatti opera di elementi locali che con Al Qaida non avevano niente a che fare. Ci sono stati, strada facendo, dei fessi col botto (uno col plastico nelle mutande su un aereo per Chicago; un altro con l'esplosivo nei tacchi delle scarpe; uno stravagante in divisa da ufficiale Usa che diede di matto e si mise a sparare in caserma, in America). Ma nulla di più. Avrebbe voluto assistere, Osama, all'epocale, corrusco spettacolo di moltitudini musulmane che attraversavano il Canale di Sicilia per mettere a ferro e fuoco l'Europa. E gli è toccato vedere che a spingerli alla traversata c'è il sogno meschino, ma autenticamente umano, di un posto di lavoro a Torino o a Londra o a Parigi, e un Tv color, e un pc, e una paga decente, e un futuro non miserabile per i loro figli.
Osama era un nemico già vinto dalla Storia. Maramaldeggiare, sparandogli a bruciapelo, forse non è stato prudente. Per quanto malridotto, lo "sceicco del terrore" valeva come spauracchio, per indurci a tenere alta la tensione, molto più del suo braccio destro Zawahiri, buono per aprire una farmacia omeopatica dove si spacciano erbe di montagna. Così come sarà dura, da oggi in poi, "vendere" il mullah Omar come l'uomo che sogna la caduta della Sears Tower di Chicago. Lui, Chicago, non sa neanche dov'è.