«La scelta migliore è il ritiro»

Il leader della minoranza del Prc: voterò come decide il partito ma rischiamo di essere risucchiati dalla strategia Usa

da Roma

Senatore Claudio Grassi, lei è a capo della minoranza più numerosa di Rifondazione ed è anche il leader dei «dissidenti» a Palazzo Madama. Come si regolerà nel prossimo voto sull’Afghanistan?
«Voterò come decide il partito, così come nell’ultimo dibattito sulla politica estera».
Convinto dal ministro D’Alema?
«Per carità. Chiarirò i motivi della mia decisione, e ribadirò anche come la lezione di Realpolitik di D’Alema sull’Afghanistan sia stata totalmente smentita dai fatti».
In effetti, la situazione sembra precipitare.
«Purtroppo sì, e oggi l’unica proposta sensata è l’exit strategy. Le altre, tanto per usare il linguaggio del ministro, sono belinate».
Si è tornati a uno scenario di guerra, lei sostiene.
«Gli Stati Uniti hanno lanciato un’offensiva militare. Azioni gravi, nelle quali hanno ucciso donne e bambini. Così alimentano la percezione che si tratti di truppe di occupazione... A questo punto la cosa più saggia che si possa fare è portare a casa almeno i nostri soldati. O si va via, sia pure gradualmente, oppure saremo risucchiati...».
Non crede si possa aiutare la popolazione afghana?
«Francamente mi pare ormai difficile associare queste azioni a una missione di pace. Anche le nostre truppe, per quanto possano stare in territori relativamente più tranquilli e perseguire altri metodi, finiranno trascinati».
La proposta di Conferenza di pace suona un po’ falsa.
«Ma chi mai la prenderebbe in considerazione, adesso? Immaginiamo piuttosto un calendario di ritiro, come chiediamo da tempo. Certa sinistra non è “inutile”, come sostiene D’Alema...».
A lei proprio non va giù.
«Certe battute infelici sono tipiche del personaggio. A conti fatti, la cosiddetta “sinistra immatura” ha messo sul tappeto l’unica proposta consona alla gravità della situazione».
Alcuni suoi colleghi insisteranno a votare no. Se arrivano i voti della Cdl, eccoci alle «maggioranze variabili».
«I numeri del Senato li conosciamo. Trovo assurda la discussione: se Prodi vuole tutti i voti della sua maggioranza, basta che metta la questione di fiducia. Altrimenti, se si chiedono i voti di tutti, è lecito che qualcuno decida di non farlo. È già successo in passato, per esempio al tempo della missione in Albania, però nessuno si sognò di mettere in dubbio la maggioranza».
Ma il governo in questo modo quanto può reggere?
«Il governo è andato in crisi perché non ha avuto il coraggio di ascoltare il popolo che l’ha fatto vincere. La Finanziaria e la scelta su Vicenza sono state due fratture gravi. Se Prodi continuerà a balbettare in base ai desideri del Corriere della Sera o di Confindustria il logoramento andrà avanti velocemente».
A proposito dei compagni che sbagliano... Sbagliano?
«Sì, per quanto sia legittimo il dissenso più radicale, credo che non sia corretta una presa di posizione in autonomia dal proprio gruppo».
Giusto espellerli?
«Finché si sta in un partito, si decide collettivamente. Altrimenti che senso avrebbe l’appartenenza a una comunità? Ogni eletto farebbe quello che vuole. La decisione del collegio di garanzia di Prc è stata sofferta, ma giusta. Le regole si rispettano».
Bertinotti ha lanciato una sfida a tutta la sinistra, Ds compresi, per un percorso comune. Condivide?
«Anzitutto vorrei capire meglio. La sollecitazione è positiva. Però resto perplesso, anzi non sono proprio d’accordo, se si dovesse trattare di unire in un’unica forza tutto ciò che si muove a sinistra del Partito democratico. Come si potrebbe stare tutti assieme?».
Sarebbe allergico a una «Rifondazione socialista»?
«Rispetto quella cultura, ma chiedo altrettanto rispetto per la cultura comunista. Il socialismo non è il mio orizzonte. Una forzatura manderebbe tutto all’aria».
Si prepari: dovrà rinunciare a falce e martello.
«Mai».
Entrerebbe nel Pse?
«Ci mancherebbe altro. Abbiamo un nostro gruppo, distinto dal Pse per motivazioni assai profonde, passate e presenti. Forme di collaborazione e collegamenti sì. Ma niente fughe in avanti: un partito unico proprio non occorre».