LA SCELTA OBBLIGATA DEI MODERATI

Voglio mettermi - non mi costa fatica - nei panni d’un moderato che si trova di fronte alle prospettive e alle incognite delle vicine elezioni politiche. A un moderato non mancano mai buoni motivi d’insoddisfazione per l’operato del governo, anche quando si tratti d’un governo «amico». Molte cose non funzionano come si vorrebbe, la macchina dello Stato è asmatica, vi sono sperperi evidenti (con le immancabili e sterili rampogne della Corte dei conti), l’economia pubblica dà segni d’affanno. Si può aggiungere che a questo cittadino, dedito alla legge e all’ordine, non piacciono i toni esasperati della campagna propagandistica e gli aspri scambi d’accuse tra premier e magistratura.
Esistono insomma un disagio e una disaffezione del moderato verso la politica innanzitutto, ma di riflesso anche verso la propria parte politica: disagio e disaffezione che potrebbero sfociare o nell’astensione o addirittura nel passaggio allo schieramento avverso. Ma a questo punto il «benpensante» - termine che uso nella sua accezione tradizionale d’uomo ligio al rispetto delle regole - deve porsi degli interrogativi, e dar loro risposte. Il primo interrogativo, fondamentale, è questo. Se non voto - agevolando così una vittoria del centrosinistra - o se emigro in una qualsiasi Udeur o Margherita, cosa mi aspetta?
Dopo aver riflettuto il moderato deve concludere che nel migliore dei casi lo aspetta un Paese immobile proprio nel momento in cui una spinta in avanti è indispensabile. Il Paese dei no a tutto, che sarebbe guidato da una coalizione incapace anche di decidere ciò che ha già deciso (vedi Tav); costretta a bloccare i grandi lavori, tutti demonizzati come fossero cataclismi; incapace di approvare fosse anche un solo impianto per lo smaltimento rifiuti; tetragona nell’opporsi, pur nell’emergenza energetica, al nucleare; lacerata e dunque paralizzata nel fissare un qualsiasi calendario attuabile per il ritiro del contingente militare in Irak; tentata dallo zapaterismo dei Pacs; indulgente verso il movimentismo violento dei no global; pronta a celebrare Carlo Giuliani e spocchiosa verso Fabrizio Quattrocchi.
Questa dell’Italia ingessata è, per dirla tutta, l’ipotesi meno allarmante. Perché se uno dà ascolto a voci che arrivano dalla squadra di Prodi sente parlare di imposta patrimoniale, di ripristino delle tasse di successione, di esproprio delle case sfitte. Verdi e bertinottiani rilanciano idee che da sempre coltivano, che appartennero a un’altra epoca e a un altro universo ideologico. Le teste ragionevoli del centrosinistra s’affannano a spiegare che non c’è niente di serio, non se ne farà nulla (come se questa promessa del nulla perenne fosse rassicurante). Può essere, e riconosciamo che nella loro precedente esperienza a Palazzo Chigi le sinistre si sono distinte più per il nulla che per iniziative rivoluzionarie.
Ma sospettare è lecito, e a volte saggio. Per personale esperienza giornalistica ho vissuto la vicenda di Salvador Allende in Cile. Allende non era un estremista, era un socialista benintenzionato e verboso. Ma veniva incalzato da alleati di sinistra che lo indussero a un dirigismo e a un populismo devastanti, dai quali il Cile fu portato al collasso. Bertinotti non è paragonabile ai capi del Mir, il movimento cileno della sinistra rivoluzionaria: al Mir mancavano i pullover di cachemire. Ma alcune idee sue o di Diliberto sarebbero piaciute anche da quelle parti. Non piacciono per niente, invece, al moderato in cui mi sono immedesimato: che non vede di buon occhio neppure l’Italia della negazione a tutto. Il contatto con questa realtà - forse più del famoso «contratto» - sarà importante al momento del voto.