La scelta politica e soprattutto culturale di Italo Bocchino

Negli anni ’60 esisteva un partito monarchico forte, specialmente a Napoli, dove Achille Lauro mieteva consensi. La cosa era insopportabile per i padroni della Dc partenopea. Sette consiglieri di «Stella e Corona», corrotti dall’oro bianco, passarono alla Dc provocando l’inizio di una dittatura democristiana. Il vecchio Comandante bollò i transfughi «sette puttani». Mi è venuto da ridere, oggi (ieri, ndr) 14 dicembre, sentendo Casini che si scagliava contro Berlusconi accusandolo di mercimonio. Forse il leader neodemocristiano farebbe bene a guardare certi ritratti della sua famiglia politica.
Bergamo

’O comandante non le mandò mai a dire, caro Riboli, e molte delle sue scugnizze sentenze ancora ci rallegrano. Però quel «puttani» non porta la firma di Achille Lauro, ma di Alberto Giovannini, allora direttore del Mattino. Si racconta che un folto gruppo escort d’allora attesero che Giovannini uscisse dal giornale per accerchiarlo e nella salace parlata napoletana esprimergli il loro vivo disappunto per esser state accostate ai sette politici voltagabbana e, cito, «figl’ e’ ndrocchia». Aggiungendo che ancorché mestieranti, loro una morale l’avevano. E tradire, mai. Comunque, la defezione dei «puttani» obbligò Lauro alle dimissioni e diede inizio all’era Gava e della diccì intrallazzona e clientelista, durata poi mezzo secolo. Casini, che lei erroneamente liquida come neodemocristiano mentre è un democristiano senza prefisso, è solo una pulce rispetto a Gava, ma più pulce di lui è l’orchestratore della congiura, Gianfranco Fini in Tulliani. Cornuto e mazziato, come s’usa dire: fatto becco anche dai suoi e legnato da quella Camera che in un singulto ideologico egli pensava di trasformare in bivacco dei suoi smandrappati manipoli. Un esito, quello di ieri, che conferma, per implacabile certezza del risultato, il teorema di Pitagora della politica: l’antiberlusconismo porta iella. Oltre a rodersi il fegato, chi lo pratica resta in braghe di tela (e un damerino acchittato come Fini in braghe di tela, bé, è uno spettacolo che sarebbe stato un peccato perdersi).
Devo confessarle che mi sono davvero divertito nel seguire, ieri, le dichiarazioni di voto che si susseguivano alla Camera. Bersani, fantastico, con quel suo linguaggio che ricordava il Capannelle dei Soliti ignoti. Tonino Di Pietro, che sembrava parlasse agli amici in una stalla di Montenero di Bisaccia, con le vacche a ruminare la laboriosa lupinella. Ma il più esilarante, la superstar in senso assoluto è stato Italo Bocchino. Non ha detto nulla, ma l’ha detto urlando. Un nulla che ha toccato vette metafisiche allorché ha sparato là che quella di tradire è stata «una scelta politica e culturale». Politica, passi: la politica è fatta anche di abiure e tradimenti, dipende dalle coscienze e dal voltaggio etico ed è evidente che la morale di Bocchino è alimentata da pannelli solari in un giorno particolarmente nuvoloso. Ciò che non passa se non slogandosi la mascella per il gran ridere è quel «culturale». Per il molto di stridulo e disarmonico, in bocca a Bocchino l’aggettivo ha il suono sgangherato del triccheballacche, della scetavajasse. Cultura. Bocchino. Due entità distanti fra loro come la Terra da Alfa Centauri, se basta. Cultura. Bocchino. Ma che ci azzeccano, direbbe quell’altro campione di Di Pietro? La cultura sta a Bocchino come i gemelli ai polsini stanno a Fini. Caccavelle che l’uno e l’altro indossano o millantano perché ritenute, dalle parti di Val Cannuta, à la page. Ci sarebbe qualcos’altro da dire sull’insistenza con la quale l’uomo di distruzione di massa di «Futuro e Libertà» ha indicato in Fini il suo leader sin da quanto avevano entrambi i calzoni corti. Scelta e testarda conferma della medesima che illustrano al meglio l’ampiezza dell’orizzonte politico (e culturale, va da sé) del Bocchino: va bene che chi si accontenta gode, ma c’è un limite. Ne parleremo un’altra volta, caro Riboli, l’occasione non mancherà perché con i Fini e i Bocchini è sempre carnevale.
Paolo Granzotto