Scelta di qualità zittiti i frettolosi

Come governatore di Banca d’Italia l’esecutivo ha scelto Ignazio Visco, personalità di sicura autorevolezza. Scontato. Non il nome, ma il valore. Solo il festival di ipocrisie di certa stampa aveva nascosto come tutti i candidati in corsa fossero di qualità: così Fabrizio Saccomanni, magari un po’ polveroso ma di grande esperienza; Vittorio Grilli, economista brillante al servizio dello Stato; Lorenzo Bini Smaghi già scelto per rappresentarci nell’esecutivo della Bce. Così le «riserve»: Anna Maria Tarantola e Domenico Siniscalco.
Certo di fronte alla concreta scelta compiuta, è possibile dissentire dall’esecutivo. Ma entrando nel merito: in particolare se fosse opportuno puntare su un «esterno» capace di dare quella brillantezza a via Nazionale portata dallo stesso Mario Draghi (arrivato non dall’«interno» ma da Goldman Sachs dopo essere stato al Tesoro nel posto oggi di Grilli) o se, anche per valorizzare lo stesso ruolo di Draghi alla Bce, fosse meglio scegliere persone più capaci di integrarsi alla linea di Francoforte. Questa era la posta in ballo con soluzioni alternative, ma tutte con una caratteristica: «la qualità».
Di fronte a questo nodo l’opinionismo antiberlusconiano ha preferito scantonare: parlando di Grilli come di ometto tremontiano, di scelte che conculcavano l’indipendenza di Bankitalia, di Bini Smaghi come un mezzo fallito disprezzato dal Quirinale e così via. Di fronte a equilibri delicati da costruire, compresi quelli con un governo francese fondamentale per dare stabilità all’Europa e insieme assai nervoso perché alla vigilia di difficili presidenziali, era certo legittimo criticare la lentezza di Silvio Berlusconi nel cercare una soluzione politicamente forte. Ma una cosa è criticare, un’altra stravolgere, cioè nascondere la complessità delle soluzioni e la possibile necessità di usare tutto il tempo a disposizione per assumere la soluzione meno dirompente.
Perché un’altra discussione così concitata?
Non stupisce la Repubblica: vuole disarticolare il potere democratico. Nella sua concezione le istituzioni autonome e indipendenti che concorrono con quelle fondate direttamente sulla sovranità popolare a guidare e regolare lo Stato e la società, non devono impegnarsi a collaborare con gli ordinamenti della democrazia, sono bensì contropoteri disinteressati alla fonte essenziale della sovranità e a qualsiasi principio di leale collaborazione, occupati solo a contrastare i risultati del voto dei cittadini. Si spera poi, è l’ultima idea del geniale stratega Carlo De Benedetti, portando Romano Prodi al Quirinale di costruire un centro di comando che ridia coerenza allo Stato. Un’altra sciocchezza: chi semina indignazione e disarticolazione raccoglierà solo black bloc.
Differente è la posizione di un opinionismo come quello del Corriere della Sera, mirato non a disarticolare lo Stato bensì il governo: a lungo per questo fine si è coltivato Tremonti, poi si è puntato su Roberto Maroni, ora si è cambiato cavallo e si cerca di lanciare una sorta di nuova Dc per emarginare la Lega e creare così equilibri fragili e dunque condizionabili. In questo lavorìo, centrale è il ruolo di alcuni banchieri, da Giuseppe Mussari oggi il principale ispiratore di Emma Marcegaglia a Corrado Passera che, prima di sentire il cardinale Bagnasco, sperava di usare il convegno di Todi per lanciarsi come nuovo ministro dell’Economia. È evidente come questo ambiente di banchieri abbia particolare interesse a soluzioni di un certo tipo a Bankitalia e in particolare ogni gestione troppo vivace lo spaventi. Le vie del potere e dei suoi intrecci con il sistema dei media sono infinite ed è meglio che siano un po’ misteriose ma pluralistiche, piuttosto che trasparenti ma allineate. Detto questo non sarebbe male però che nei giochi di influenza si riuscisse a mantenere un migliore livello di discussione pubblica. E più in generale, se i banchieri che - esattamente come i pm - hanno non solo potere enorme ma anche parzialmente «irresponsabile» (nessuna persona con passabili sentimenti civici si permette di criticare troppo le banche correndo il rischio di provocare pesanti guasti all’economia nazionale) si ritraessero un po’ dal protagonismo sulla scena pubblica.