Le scelte giuste per il Comune

S’arricchisce di nomi e di gruppi vari la competizione per la conquista di Palazzo Marino. Milano fa gola. Scrisse una volta Arbasino, con una felice similitudine, che Milano è il «giardino dei ciliegi» cechoviano che tutti vorrebbero. Ora che Albertini è costretto a lasciare perché la legge non gli permette una terza legislatura, l’appetito è cresciuto. Conquistare Milano ha un grande significato politico. Mediolanum, l’antico nome, ne segnala la storia e il destino di crocevia continentale. È tuttora il nostro maggiore centro commerciale e finanziario, vi risiedono le direzioni di gran parte delle industrie italiane, è baricentro di cultura, vi sono ben sette Università. Nessun’altra città della penisola è laboratorio di idee come Milano. Qui si è formata la cultura che ha contrassegnato le diverse stagioni politiche italiane. Da qui sono sempre venuti i segnali di caduta o di ripresa della nostra economia. Se Milano respira, è tutto il Paese che ne risente.
Rosario Romeo, il grande storico liberale, ha documentato con grande efficacia e senza retorica il prodigioso balzo dell’Italia dall’Unità agli anni Sessanta del Novecento. Basti un solo dato: nel 1860, con i suoi 26 milioni di abitanti, il nostro Paese aveva un reddito nazionale equivalente a meno di un terzo della Francia e della Germania e addirittura un quarto della Gran Bretagna. È stato un gran miracolo farne la quarta o quinta potenza industriale al mondo.
La nostra rivoluzione economica, che ci trasse dalla minorità di Paese fondamentalmente agricolo, certamente ebbe Milano come principale asse di rotazione. Il mitico Toeplitz non a caso ne fece la sede della Banca Commerciale, che tanta parte ha avuto nel processo di modernizzazione della nostra economia.
Ecco dove sta la gran voglia dei diversi gruppi politici di assicurarsi una parte nel governo di Milano. E però di voglia ce n’è indubbiamente tanta ma di idee su come e cosa fare per governarla non se ne vedono molte. C’è, questo sì, una gran messe di critiche rivolte ad Albertini. Il che fa sospettare che, quando si è poveri di idee, si abbonda in rilievi. Eviterò a mia volta di prendere le difese del nostro sindaco, che pure è mio amico e stimo. Azzardo solo la previsione di un gran rimpianto per lo stile, la passione, la nobile modestia e insieme la dedizione con cui questo rappresentante del buon ceto medio ambrosiano ha sostenuto la parte di primo cittadino. Non sarà facile trovarne un altro. Mi si permetta di coltivare una speranza: che invece di puntare su una singola persona da insediare a Palazzo Marino, i milanesi puntino su una classe dirigente rigorosamente selezionata. È un discorso che vale per la destra e la sinistra.