In scena Fabre l'Esagerato Otto ore di «teatro totale»

L'esagerazione, nel suo significato etimologico di «flusso oltre ogni argine», è una costante dell'arte di Jan Fabre. Le creazioni di questo scultore, performer e regista sono fiumi in piena, straripamenti di azioni provocatorie, inondazioni di oggetti, corpi, animali conturbanti. Già, gli animali: il repertorio zoologico del più noto artista fiammingo degli ultimi decenni è molto vasto e spazia dagli scarabei morti (più di due milioni) con i quali ha ricoperto il soffitto del Palais Royal di Bruxelles, alle tartarughe e alle rane toro vive che avrebbero dovuto comparire nel primo dei due spettacoli che andranno in scena al Piccolo Teatro Strehler nei prossimi giorni, ovvero The power of theatrical madness (domani e mercoledì) e This is theatre like it was to be expected and foreseen (sabato e domenica). A quanto pare i carapaci, utilizzati come portacandele in movimento, e i robusti anfibi, scagliati e riacciuffati dagli attori, non se la sarebbero passata affatto bene sul palcoscenico. Perciò i gruppi animalisti si erano dichiarati pronti a bloccare il debutto: ieri tuttavia il Piccolo è corso ai ripari decidendo di «ricorrere a soluzioni artistiche alternative all'impiego di animali in scena». In questo modo si è scansato il pericolo di replicare una situazione avvenuta poco meno di due anni fa. Nell'ottobre 2012, infatti, ad Anversa, le riprese di un film di Fabre nel quale venivano lanciati in aria e lasciati cadere (involontariamente, secondo il regista) dei gatti, avevano determinato minacce verbali e aggressioni che l'avevano fatto porre sotto la tutela della polizia. Inoltre gli erano valse il biasimo della stampa belga e soprattutto francese: sul settimanale parigino Le Point, il filosofo Daniel Salvatore Schiffer aveva persino definito gli spettacoli del performer fiammingo «una forma di barbarie dal volto artistico». Ancor prima delle questioni etiche, le creazioni di Fabre suscitano delle perplessità sul piano estetico.
Troppo spesso le sue opere visive e performative sembrano accumuli di suggestioni tanto estreme e variegate quanto scontate, provocazioni scenografiche che dovrebbero indagare ed esorcizzare la consunzione dei corpi, ma finiscono voyeuristicamente con l'esibirla. Ideati e rappresentati già all'inizio degli anni '80, i due spettacoli in cartellone al Piccolo contaminano la pittura manierista con le arie di Wagner e le coreografie di Merce Cunningham, «danzate» da attori che si spogliano, si schiaffeggiano, si baciano, sperimentano sino all'estenuazione la corporeità. La loro durata è rispettivamente di 8 ore il primo, 4 il secondo, con la clausola per lo spettatore di una presenza fissa in sala per la mezz'ora iniziale. Una formula saggia, perché si sa che l'esagerazione, quando è davvero senz'argine, rischia di lasciar tracimare la noia.