«In scena sarò il portavoce di Oscar Wilde»

Umberto Orsini prepara il classico «La ballata del carcere di Reading» assieme all’«Urlo» di Pippo Del Bono

Enrico Groppali

da Roma

Umberto Orsini studia, studia e poi ancora studia. Animato come e più di sempre da quel feroce perfezionismo che è, dice lui, «un po’ la mia salvezza e un po’ la mia condanna», il grande interprete di Servo di scena e del Gioco delle parti continua instancabile a scrutare nel profondo del suo ego il dolore e la gioia di essere testimone del mondo attraverso il gran gioco del teatro. Una sfida che ben pochi, a questo punto di non ritorno di una carriera tanto ricca di titoli e di affermazioni, accettano di ingaggiare con la platea.
Orsini, come mai si dibatte peggio di un’anima in pena tra ricerca e tradizione, tra classici e moderni, tra comunicazione e meditazione? È insolito, e può sembrare allarmante, non crede?
«Perché? Un attore non deve mai rinunciare alla propria insaziabile curiosità. L’hanno detto, l’hanno praticato, l’hanno sostenuto, molto meglio di me, tutti coloro che dai greci in poi hanno visto nell’attore non un clown con la faccia impiastricciata di biacca ma un aedo, un sacerdote, uno sciamano...»
D’accordo, ma molti si stupiscono di vederla affrontare con lo stesso giovanile entusiasmo gli show di Pippo Del Bono che vive, opera, sogna in un inferno ai limiti del suono e autori come Pinter, Pasolini o Pirandello. Che cosa la spinge a forzare la quarta parete?
«Il fatto che, per me, non esiste differenza fra un teatro di poesia vergato, dai grandi autori, sulla pagina e un teatro di comportamento scritto nei gesti nei rumori nelle musiche. Entrambi cercano di esprimere la misteriosa essenza dell’uomo che noi, per tutta la vita, ci sforziamo di definire».
Sta preparando qualcosa in bilico tra questi due mondi?
«Sì. Di giorno studio, con Elio De Capitani, la Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde che debutterà ad Asti a fine giugno e di notte...».
Di notte?
«Dopo il crepuscolo, mi immergo di nuovo nell’Urlo di Del Bono che l’anno prossimo porterò a Parigi».
Ci parli di queste due esperienze...
«Le parrà paradossale, ma sono entrambi due esercizi al limite dell’umano, che dicono la stessa cosa, che denunciano la stessa tragica mancanza d’amore nel mondo. Nell’Urlo di Pippo io non sono un personaggio ma semplicemente l’uomo Umberto che, in fondo alla scena, illustro a Bobò, l'essere più singolare che abbia mai incontrato nella vita, il declino e la fine di Riccardo II e poi, dopo questa terribile confidenza di morte che lui solo è in grado di sentire, lo incito a riprendere fiducia nella vita».
In che modo?
«Giocando a palla come due bambini che cominciano a socializzare».
Mentre in Oscar Wilde?
«Ricorda la battuta del prigioniero che, nel carcere, chiama il cielo “un’esigua striscia d’azzurro dove ogni nuvola naviga in libertà”? Anche quella è una morte, la morte della clausura da cui noi umani possiamo evadere solo sognando o praticando il gioco».
Come si articolerà lo spettacolo?
«Io, vestito di nero, non sarò Oscar Wilde ma un puro portavoce dei versi che dirò, a intarsio e a contrasto, col canto di Giovanna Marini che, accompagnandosi alla chitarra, modulerà in inglese delle ballate di sua composizione che ricordano le nenie della vecchia Irlanda».
Si è ispirato a qualcuno studiando Oscar Wilde?
«A nessuno in particolare. Ma, per uno strano scherzo della memoria, in questi giorni continuo a pensare a Orson Welles che vidi per la prima volta quando a vent’anni, pieno di speranze, mi recai da Milano a Roma in vagone letto per frequentare l’Accademia. Mi apparve in corridoio come un fantasma o un segno del destino. Sa che stava leggendo Oscar Wilde?».

Annunci

Altri articoli