Sceneggiata napoletana

I napoletani, secondo un loro famoso detto, «piangono e fottono», ovvero si lamentano e intanto si fanno gli affari loro, ma questa inchiesta «napoletana» con cui per la milionesima volta cercano di fottere Berlusconi, di napoletano non ha proprio nulla, salvo una concessione continua allo spirito della sceneggiata. In realtà, questa inchiesta «napoletana» è tutta romana, romanesca, alla carbonara e costituisce un salto di qualità nel rapporto torbido ma anche comico fra giustizia e politica. Pagherei le spese di una mia ibernazione se avessi la garanzia di poter tornare al mondo fra una cinquantina d’anni e vedere come poi fu raccontata questa storia della corruzione senza corruzione, fatta di parole, tè, pensieri e pedinamenti. I fatti veri sono semplici: Berlusconi in autunno lanciò una campagna politica per intercettare e convincere alcuni senatori della sinistra in bilico, per riuscire a far cadere Prodi.
Io credo di essere stato il primo, proprio dalle colonne di questo giornale, a consigliarlo in questo senso. Del resto ne avevo viste di cotte e di crude in materia di cambi di casacca e scambi di favori. Cito un caso a caso: l’onorevole Gianni Mongiello, che era il vicepresidente della Casa delle Libertà nella Commissione Mitrokhin, provenienza Udc, non venne a votare la seconda relazione della Commissione facendo mancare il numero legale che impedì di approvare quella seconda relazione da cui Prodi usciva molto male, anche se nessuno sosteneva che era un agente del Kgb. Mongiello alle elezioni del 2006 fu trombato. Ebbene, che cosa pensate che faccia oggi questo simpatico uomo politico? Se non lo sapete ve lo dico io: fa il sottosegretario nel governo Prodi. Che dite, se la sarà guadagnata la cadrega?
Dunque Berlusconi venne informato (ripeto e me ne vanto: anche da me) che c’è chi a sinistra vorrebbe mollare sia il Pd che le altre formazioni, e far cadere il governo, se possibile. Il leader di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio aprì un giro di colloqui politici in cui trattò e contrattò politicamente: non denaro, non beni, ma sbocchi politici. Questi incontri sono stati sterili, anche se qualcuno dei corteggiati ne ha approfittato per chiedere raccomandazioni finite nel nulla.
Ma ecco che il più corteggiato di tutti, il senatore Nino Randazzo d’Australia, quando sbarca a Fiumicino per andare a palazzo Grazioli a prendere un tè da Berlusconi e ascoltare le proposte politiche che rifiuterà, viene seguito dalla polizia. Pedinato. Un senatore della Repubblica pedinato perché qualcuno a Napoli ha deciso di monitorare attraverso i buchi delle manette l’uso della libertà politica dei membri del Parlamento i quali agiscono senza vincolo di mandato, ovvero sono padroni di cambiare idea e partito quando vogliono.
E lo filmano. Violano la sua libertà, quella del capo dell’opposizione ed ex primo ministro e futuro primo ministro. E come se non bastasse, lo interrogano per chiedergli conto di quel che è accaduto in via del Plebiscito. E verbalizzano. Ovvio che il povero Randazzo, che aveva sempre vissuto fra creature normali come i canguri, ebbe come la sensazione che fosse meglio lasciar perdere alla svelta qualsiasi contatto con il leader politico Berlusconi. Ma subito dopo l’interrogatorio – si era nel frattempo arrivati alla Finanziaria – la capogruppo Anna Finocchiaro se ne esce in Senato con l’accusa di «corruzione di senatori». Non vorremmo finire arrestati ed appesi per i pollici, ma una domanda viene spontanea: come fanno questi della sinistra a sapere sempre tutto prima? Non viviamo forse in un Paese meraviglioso, nella bengodi della giustizia e del rispetto del Parlamento?
Le notizie del resto vengono dal vicebrigadiere D’Avanzo Giuseppe, verbalizzante in prima pagina di un noto mattinale a proposito del quale va registrato un caso comico: ieri tutti gli abbonati ai servizi di notizie via Sms hanno saputo di questo fatto terribile: la casa di D’Avanzo era stata perquisita alla ricerca delle prove del fatto che aveva pubblicato materiale coperto da segreto. Il che è ridicolo. Vi pare possibile che un verbalizzante tanto scrupoloso entri di notte nei palazzi di giustizia a rubare delle fotocopie?
E poi un altro elemento di questa invereconda sceneggiata: il senatore Randazzo ha raccontato di essere stato avvicinato nel mese di luglio (quando la questione dei senatori in transito era ancora di là da venire) da un inopportuno seccatore che a tutti i costi gli voleva versare uno, due, cinque milioni di euro, non si è capito bene. E questo ignoto ma losco benefattore si sarebbe appostato fra le colonne della Galleria Alberto Sordi, sembra – sembra, ma non è sicuro – con la stessa voce di Alberto Sordi. Era estate, l’Australia era lontana, la torrida capitale corrotta lo avvolgeva, ma il senatore seppe resistere alle lusinghe albertosordiane, anche se non sappiamo di che cosa si trattasse.
E dunque: abbiamo quattro attrici scornacchiate (come dicono a Napoli), un senatore filmato e pedinato e sottoposto a interrogatorio, un monsignore intercettato, il misterioso avvicinatore che offre milioni, un verbalizzante della carta stampata trasformato in una vittima perché gli hanno perquisito casa, Agostino Saccà anche lui intercettato e verbalizzato. Un grande napoletano come Troisi introdusse il titolo «Non ci resta che piangere». Ma a noi, sia pure mestamente e con un certo orrore, viene anche da ridere.
Paolo Guzzanti
www.paologuzzanti.it