Gli «scheletri» dei neo-moralisti di Gianfry

La verve di censori l’hanno scoperta adesso. E infatti, in Sicilia, dove li conoscono bene, sono in tanti a stupirsi dell’infuocato moralismo di Carmelo Briguglio e Fabio Granata, i «falchi» siciliani di Fini che non si lasciano sfuggire occasione per partire lancia in resta contro l’indagato Pdl di turno chiedendone le dimissioni. Sì, perché il novello Briguglio-Bond che da quando è al Copasir vede complotti ovunque, quando i guai giudiziari riguardano direttamente lui, è un garantista di prim’ordine. E di guai giudiziari, nel 1997, Briguglio ne ha avuti, anche se alla fine si sono risolti in una bolla di sapone. Guai giudiziari, e piccoli scivoloni di quelli che un politico farebbe meglio ad evitare. Come nel 2004, quando la Corte dei conti bacchettò lui, e anche il suo amico Granata, perché li beccò ad utilizzare la carta di credito del Parlamento siciliano per pagare biglietti aerei ad amici e parenti.
Ma allora Briguglio e Granata non erano moralisti. E Briguglio non censurava nessuno. Tanto meno se stesso. Anno horribilis, il 1997, per Carmelo, all’epoca potentissimo assessore regionale al Lavoro. Neanche il tempo di brindare che subito negli ambienti politici si diffuse il tam-tam: manette in arrivo. Lui smentì l’arresto imminente. E smentì pure l’avviso di garanzia. Che però c’era, e non per robetta: truffa e falso, in relazione ai finanziamenti europei destinati ai corsi di formazione. Arrivarono anche il rinvio a giudizio e l’avvio del processo, per l’assessore. Ma tutto, alla fine, franò. Prima Palermo, la procura che aveva avviato l’inchiesta, si dichiarò incompetente perché l’ente di formazione legato a Briguglio aveva sede a Messina. Poi Messina si dichiarò a propria volta incompetente perché nella vicenda era coinvolto anche un giudice non togato. Alla fine, dieci anni dopo, nel 2006, fu Reggio Calabria a decidere: «Non luogo a procedere». E Briguglio, sollevato, chiosò: «C’è ancora un giudice a Berlino. In questi anni di sofferenza ho continuato sempre ad avere fiducia. È stata ristabilita la verità in una vicenda che è stata un vero e proprio complotto politico-giudiziario».
Soffriva, in quei 10 anni, Briguglio. Però la formazione professionale gli era rimasta nel cuore. Infatti creò il Cufti (tuttora esistente, una sede è anche a Taormina, la città che nel 2008 lo ha sonoramente bocciato come candidato sindaco ma dove lui continua ad andare in vacanza, in una villa sulle colline della vicina Letojanni acquistata per oltre mezzo miliardo ai tempi della vecchia lira). Cos’è il Cufti? È il Consorzio universitario per la formazione turistica, ente che riceve dalla Regione centinaia di migliaia di euro (1,7 milioni nel 2008). Il centro è guidato dalla moglie di Briguglio, Fina Maltese.
Tutto in famiglia. E a proposito di famiglia. È del 2004 lo scivolone che vide Briguglio e Granata censurati insieme dalla Corte dei conti. I giudici contabili scoprirono che una ventina di deputati regionali usavano la carta di credito dell’Assemblea regionale siciliana pure per pagare i voli di amici e parenti. Tra loro, i due censori di oggi. Granata all’epoca era assessore regionale ai Beni culturali e aveva acquistato 54 biglietti, (14.820 euro), con destinazioni di tutti i tipi tra cui San Paolo, Porto Alegre, Creta. Più “morigerato” Briguglio, che di biglietti ne aveva presi 42, per 11.527 euro.
La famiglia innanzi tutto. Anche per Granata. Pubblicata da Libero qualche settimana fa la storia dei 350 euro al mese che i collaboratori del pasdaran finiano sarebbero stati costretti ad auto-decurtarsi dallo stipendio, pena licenziamento. Il versamento, con bonifico postale, andava fatto al cognato di Granata, per un circolo con sede a Siracusa. Famiglia di finiani che vai, cognato che trovi.