Schettino contro la Costa:"L'inchino era voluto da loroScatola nera rotta da giorni"

<div>Dall'interrogatorio del comandante della Costa emergono nuovi elementi. Secondo Schettino l'armatore sapeva tutto. E la notte del disastro la scatola nera era guasta</div>

L'inchino della Concordia? Altro che un caso isolato. Piuttosto un'usanza, quasi una tradizione, ripetuta un po' ovunque, da "Capri, a Sorrento, in tutto il mondo". Una tradizione che, nonostante quello che dice la compagnia, era ben nota, tollerata, ma c'è di più. Dalle 135 pagine di trascrizione dell'interrogatorio del comandante Francesco Schettino emerge un'altra versione dei fatti. Che non contraddice nulla di quanto acclarato sulla dinamica dell'incidente, ma potrebbe spostare l'ago della bilancia delle responsabilità.

Schettino non ci sta a prendersi tutta la responsabilità di quanto accaduto al Giglio e agli inquirenti racconta tutto. Racconta che "inchinarsi" con la nave, portarsi sotto costa, per regalare uno spettacolo difficilmente dimenticabile, è comune, quasi scontato. Gli inchini accadono in tutto il mondo. Quello del Giglio non è stato quindi un tentativo di fare qualcosa di irripetibile, ma un singolo evento in una lunga catena di bravate simili, tollerate, ma comunque non permesse, o "lecite". 

Fare l'inchino dunque è usanza comune. Tanto che una manovra rischiosa si è trasformata col tempo in una sorta di sport competitivo, in una sfida tra comandanti all'avvicinamento più ardito. Schettino - racconta lui stesso - è in competizione col comandante Garbarino, collega al timone della Costa Luminosa, che via mail lo aggiorna su ogni sua nuova prodezza E allora l'inchino al Giglio doveva essere non solo un omaggio ai gigliesi, o al commodoro Palombo, ma anche una risposta allo sfidante.

Costa - dice Schettino - sapeva tutto. Sapeva che avrebbe fatto la riverenza all'isola. Anzi, secondo il capitano, sarebbe stata proprio la Costa a pianificare la manovra, poco prima della partenza da Civitavecchia, lo scalo dove sarebbe salita a bordo Domnica, la ragazza moldava al centro della polemica nei giorni scorsi. Il comandante è molto chiaro su questo punto: "Gli inchini li facciamo in tutto il mondo. Anche quando facciamo la penisola sorrentina, a Capri". E allora qualche ragione il Corriere del mezzogiorno la aveva, quando il 17 gennaio, denunciava il passaggio delle navi da crociera vicino - troppo vicino - ai faraglioni. Tutto pianificato dunque, tanto che, quando c'è un inchino in vista - racconta ancora Schettino - a bordo compaiono pure gli avvisi, perché nessuno si perda quel momento mozzafiato. E l'inchino del Giglio era già in ritardo. "Bisognava farlo la settimana prima", dice agli inquirenti. Ma il tempo non era buono. E allora il rinvio di sette giorni. Poi l'insistenza della compagnia navale: "Facciamo navigazione turistica, ci facciamo vedere, facciamo pubblicità e salutiamo l'isola". Questa volta Schettino non obietta.

Una festa, un inchino. "Ad agosto per le feste patronali" l'acrobazia nautica non mancava mai. E la compagnia ne era ben contenta. Tanto da celebrare sul suo blog ufficiale uno di questi eventi, l'unico che finora abbia ammesso di avere autorizzato, l'inchino davanti a Procida. Anche se Schettino dice di averne fatti altri, non ricorda quanti. Neppure solo sulla Concordia. Anche sulla Costa Europa. E su altre navi.

Il comandante della Concordia non parla però solo di questo. Dedica una buona parte delle sue dichiarazioni alla notte del tragico incidente, al naufragio. Parla dei contatti tra la nave e la Costa e ricorda: "Ci siamo sentiti più volte", con Roberto Ferrarini, marine operator della compagnia, non ricorda quante. Ma una cosa la ricorda molto bene. Ogni passo dal momento dell'incidente in poi fu concordato e approvato anche dalla Costa. Schettino non conferma la versione della storia secondo la quale avrebbe tentato di dissimulare la gravità della situazione. "Dissi a Ferrarini: chiamate la capitaneria di Livorno", quella stessa da cui sarebbe arrivata la telefonata di fuoco di De Falco. "Chiamate" per mandare i rimorchiatori, "per mandare gli elicotteri". 

Dall'interrogatorio emerge anche un ultimo dettaglio di assoluta rilevanza, che riguarda la scatola nera della Concordia. "Prima di abbandonare la nave mi dissero di spegnere il bottone del Voice data recorder". Un'operazione necessaria per poter scaricare i dati di navigazione delle ultime dodici ore, per renderli poi consultabili. Ma c'è un problema: il sistema era rotto, da quindici giorni. Non un danno gravissimo. Nella parte più alta della nave c'è un secondo sistema di registrazione, il voyage data recorder, che contiene tutti i dati di navigazione. Ma le voci, le conversazioni avvenute in plancia, resta il dubbio che possano essere andate perdute.

Intanto continua il lavoro degli inquirenti e al centro delle ricerche c'è un computer, quel laptop che Schettino avrebbe avuto con sè poco dopo essere sceso dalla nave. Il laptop passò dalle mani di Schettino a quelle della donna, che è stata identificata, ma ancora non individuata. Data la rapidità con cui avvenne lo scambio, non si esclude che il pc contenga elementi rilevanti per l'indagine in corso.