Gli schiaffi all’America che l’Italia vuol nascondere

Domenica e lunedì prossimi, a Venezia, tornano in primo piano i rapporti tra Italia e Stati Uniti, con un workshop organizzato dal consiglio per le relazioni tra il nostro Paese e gli Usa il cui board internazionale è presieduto da Marco Tronchetti Provera e il numero due di Morgan Stanley, David Heleniak, e a cui prenderanno parte numerose personalità, a cominciare dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema.
Già si scommette sui peana che saranno intonati sull’idilliaco rapporto tra Roma e Washington, complice probabilmente il blitz che Bush farà a Roma - principalmente per incontrare papa Benedetto XVI - subito dopo il G8 che si terrà in Germania ai primi di giugno. Non che la tribuna veneziana debba necessariamente trasformarsi nella bocca della verità. Ma non sarebbe male che, al posto delle scontate lodi bipartisan sul rapporto, una volta tanto si scendesse su terreni concreti. E, a tratti, spinosi, nel rapporto tra governo Prodi e amministrazione yankee. Perché, a parte le vicende irakena, afgana e iraniana, non sono poche le spine che punteggiano le relazioni tra Roma e Washington. Dalla base di Vicenza alla vicenda Calipari, dalle indagini della nostra magistratura sulle azioni Cia (vedi vicenda Abu Omar) alle posizioni pro-Venezuela assunte dai nostri diplomatici all’Onu, alle contestazioni rivolteci per lo scambio coi terroristi per la liberazione di Mastrogiacomo, alla vicenda Telecom. Alla diatriba nata in campo spaziale che ha irritato, dicono non di poco, la sicurezza americana. È questa una storia recente che il nostro governo ha cercato di occultare. Alla fine dello scorso aprile, il satellite italiano Agile (Astro rilevatore gamma a immagine leggera) è partito dalla base indiana di Shriharikota per acquisire informazioni sulle sorgenti di radiazioni misteriose individuate nella via Lattea. Un’operazione da 50 milioni di euro decollata dal Golfo del Bengala grazie al razzo indiano Pslv con cui New Delhi sfida ormai i concorrenti americani, europei, russi e cinesi.
A Washington non hanno gradito che nel nostro satellite, costruito dalla Carlo Gavazzi Space (uffici tra Milano e il Sannio) con la collaborazione tra gli altri di Cnr, Alenia e Alcatel, ci fossero anche componenti Usa top secret che ora rischiano di esser conosciuti dagli scienziati indiani. Prima un borbottio, poi la protesta formale. Tanto che la nostra ambasciata nella capitale americana - ammettono alla Farnesina - ha messo in guardia tanto dei possibili guasti che potrebbero intervenire tra Asi (Agenzia Spaziale Italiana) e Nasa, che dell’inserimento della Carlo Gavazzi Space nella «black list» statunitense. Gli avvertimenti Usa non pare abbiano però turbato più di tanto i responsabili dell’Asi e del nostro governo. Il presidente Giovanni Fabrizio Bignami, insediatosi solo pochi giorni prima alla presidenza dell’Agenzia (nominato da Prodi) ha dato il via libera al lancio, ignorando le proteste. E anche D’Alema avrebbe fatto spallucce ai reclami Usa.
Un altro schiaffetto che si aggiunge alla serie mollata da Prodi e company all’amministrazone Bush. Ma a Venezia, vedrete, si guarderanno bene dal citare questo ed altri «casi», per dire che tutto fila a meraviglia.