Lo schiaffo ai pm napoletani: "Avete scritto cose scorrette"

Accolto il ricorso alla Cassazione del generale Michele Adinolfi

Roma La procura di Napoli perde un pezzo rilevante dell’inchiesta P4, che lascia l’ufficio dei pm Woodcock e Curcio in direzione Roma. A decidere contro i magistrati partenopei sul conflitto di competenza riguardante la presunta fuga di notizie contestata al generale delle Fiamme Gialle Michele Adinolfi (che avrebbe rivelato a Bisignani l’esistenza dell’inchiesta a suo carico) è stata la Corte di Cassazione. Al sostituto procuratore generale Francesco Mauro Iacoviello sono bastate due paginette per accogliere il ricorso dei legali di Adinolfi, ordinando alle toghe napoletane di «trasmettere i relativi atti» ai colleghi della capitale.

La vicenda è quella della ormai famosa cena a casa di Pippo Marra, il direttore-editore dell’AdnKronos. Lì, secondo quanto ha raccontato ai pm partenopei l’ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese, quest’ultimo avrebbe appreso da Adinolfi che c’era un indagine su Bisignani, e che il generale aveva deciso di incaricare Marra di informare il diretto interessato. Adinolfi sostiene che la cena sia avvenuta quando l’indagine nemmeno era aperta, Milanese invece la colloca temporalmente più avanti. Ma a prescindere dal merito, i legali di Adinolfi hanno fatto ricorso in Cassazione, chiedendo appunto di riconoscere la competenza della procura di Roma, poiché il presunto reato sarebbe avvenuto nella capitale.

I pm napoletani hanno obiettato, come ricorda la stessa decisione della Cassazione, che il fatto che la cena sia avvenuta a Roma «sul piano giuridico nulla conta», poiché «l’ipotesi d’accusa è concorsuale, avendo l’indagato (Adinfoli, ndr) agito in concorso con Marra, Bardi e altri pubblici ufficiali». Insomma, per Woodcock e Curcio «la vicenda è unitaria e trova il suo centro di gravità nella fuga di notizie verificatasi certamente a Napoli». Argomenti che non hanno affatto convinto Iacoviello. Il giudice di piazza Cavour, individuando la competenza nei pm di Roma, confuta con durezza le obiezioni partenopee, ricordando che «non esiste nel processo penale una “vicenda” ma esistono reati da accertare», che «il reato più grave, il favoreggiamento, è stato certamente commesso a Roma», e che se «per il pm (di Napoli, ndr) questo dato sul piano giuridico “nulla conta”, per questo ufficio “conta tanto”, perché è la legge (articoli 8, 12 e 16 del codice di procedura penale) che lo fa “contare”». «Non corretta», prosegue la decisione della Cassazione, anche l’obiezione del «concorso», poiché il «favoreggiamento a favore del Bisignani è ascritto all’Adinfolfi, ma non al Bardi».

Nonostante lo schiaffo, il procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, prova a ostentare fair play, arrivando ad affermare che il provvedimento della Cassazione confermerebbe «la correttezza del nostro operato», nonostante l’evidenza della decisione, limitata al caso Adinfolfi, dica quasi esplicitamente il contrario.
Così i pm napoletani, dopo aver subito perso per strada l’ipotesi di violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete (cassata dal gip e nemmeno riproposta dalla procura nel ricorso al riesame), si vedono strappare un altro, importante pezzo dell’inchiesta, che ormai solo nel nome mediatico («P4») porta ancora con sé l’odore di massoneria.

Nel fascicolo partenopeo rimane comunque il filone sulla presunta associazione per delinquere, «restituito» martedì dal Riesame, che secondo i pm era attiva nello sfruttare a proprio vantaggio dossier e rivelazioni su inchieste in corso. Ma anche qui con un’ombra, rimasta a margine delle indagini: il rapporto tra il sottufficiale del Ros, Enrico La Monica (latitante da dicembre in Senegal) e una pm della procura partenopea. Se emergessero elementi che proprio quell’aggancio sia stato uno dei flussi di notizie riservate, poi «sfruttate» da Papa e Bisignani per i loro presunti tornaconti, il coinvolgimento di una toga napoletana porterebbe tutta l’indagine lontano dal Vesuvio. Per la procura partenopea sarebbe l’ultimo smacco.