Lo schiaffo di Benedetto XVI all’ottimismo dei laici

Fra i tanti motivi per cui papa Ratzinger ha voluto onorare il bimillenario della nascita di san Paolo dedicandogli l’anno in corso, quello forse più interessante è il proposito di vibrare uno scapaccione al caparbio ottimismo di un’umanità che non cessa, nonostante gli effetti sempre più manifesti della sua malvagità, di credere all’originaria bontà dell'àntropo.
Non si può infatti onorare san Paolo senza onorare anche l’elemento per noi più indigesto della sua dottrina, ossia quella teoria della predestinazione che trovò la sua espressione più radicale in quel passo della Lettera ai Romani (IX, 14-18), in cui si afferma che tutti noi siamo quello che siamo per una libera scelta di Dio, ragion che per cui le nostre azioni, buone o cattive che siano, non servono a niente, giacché la sola cosa che conta è la volontà dell’Eterno, «che usa misericordia con chi vuole», così come «indurisce chi vuole».
Prevedendo il nostro sgomento, Paolo osserva poi che ognuno si chiederà di che cosa Dio possa incolparlo, visto che «nessuno può resistere al suo volere». Ma la risposta è ancora più umiliante. Chi siamo noi per discutere con Lui? L’opera chiede forse al suo fattore perché l’ha fatta così e non cosà? Può forse permettersi il vaso di chiedere al vasaio che lo ha plasmato perché con la stessa argilla si diverte a plasmare sia dei vasi destinati a un uso nobile sia dei vasi destinati a un uso immondo?
In questa graziosa metafora dei vasi è racchiuso tutto il senso di una fede radicata nell’idea della nostra assoluta dipendenza dall’insindacabile arbitrio divino. È la famosa teoria della predestinazione, inseparabile da quella della «grazia irresistibile», che fu accettata da molti dei più profondi pensatori cristiani - da Agostino a Lutero, da Calvino ai giansenisti, da Kierkegaard a Karl Barth. La Chiesa tuttavia questa dottrina l’ha sempre respinta. E si capisce perché: essa porta infatti a svalutare del tutto sia le azioni e le opere umane sia la funzione dei sacramenti e dei mezzi di grazia di cui essa dispone. Così come respinge del resto la dottrina opposta, quella che porta il nome di Pelagio, che esige e postula l’assoluta libertà del volere umano.
Ha sempre respinto l’una e l’altra, ma mitigando, sfumando e addolcendo, senza pretendere di eliminare il problema, lo ha avvolto in una rete di prudenti e sagge distinzioni governate dal principio della conciliazione degli opposti. E tutte le persone giudiziose, compresi i cosiddetti miscredenti, dovrebbero augurarsi che essa continui ad oscillare fra quei due poli. Dev’essere per questo che il papa ha indetto l’anno paolino. Avrà pensato che per la Chiesa, visto che anche lei è scesa da un pezzo a troppi compromessi con l’ottimismo dei laici, sia finalmente arrivato il momento di tornare a onorare un pochettino il suo antico pessimismo.
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