Lo «schiaffo» colorato di Manet

È considerato un gran ribelle borghese che mescola rispetto per la tradizione e insolenza moderna

Silvia Castello

Nel pamphlet Mes Haines (I miei odii) del 1866, Emile Zola lanciò un infuocato j’accuse contro «les imbeciles de leur temps» - «les maîtres» de l’Ecole des Beaux-Arts di Parigi - che fermarono sulle porte del Salon, l’esposizione dell’opera-icona Le déjeuner sur l'herbe dell’amico Edouard Manet, il geniale precursore dell’arte moderna post Courbet e ispiratore dell’impressionismo che anni dopo sarà invece destinato al massimo riconoscimento nazionale dei musei di Francia.
A partire dal 1863, nonostante la rottura con la critica, il grande pittore porterà un rinnovamento artistico innescato oltrepassando il fuoco fatuo di certi movimenti d’avanguardia fin de siècle, per perseguire nell’intento di saldare all’interno del mondo ufficiale dell’arte, la grandezza della pittura classica alle nuove esigenze della seconda metà del XIX secolo. «Con un gusto deciso per la verità moderna e la capacità di rendere in modo grandioso la quotidianità» scrive Paul Valéry. Dopo di lui, la pittura non sarà più la stessa.
Sfida difficile ma affascinante, la grande mostra monografica «Manet» (al complesso del Vittoriano fino al 5 febbraio 2006) vuole evidenziare il percorso artistico e umano del pittore francese (1832-1883) attraverso 150 opere (oli, disegni, incisioni e fotografie) provenienti da importanti musei internazionali e a cura di un prestigioso comitato scientifico. Composto anche da Claudio Strinati che apre quest’evento con una presentazione che propone di rivelare alcune curiosità interpretative della produzione del pittore, indicando ad esempio, che «per individuare reali affinità fra l’opera di Manet e quella degli impressionisti, dobbiamo volgerci, nell’ambito di questa rassegna romana, alle opere eseguite a Arcachon e Bordeaux nella primavera del 1871, e a Berch-sur-Mer nel 1873», alludendo in particolare al magnifico dipinto Le rondini e alla rappresentazione del giardino della casa di Bellevue.
Il pubblico potrà così riscoprire che Manet sfiora gli impressionisti «en plein air» superandoli, anche se egli rimarrà sempre il centro delle loro idee; «è molto più abile di tutti noi - sintetizza Pissarro - perché ha trasformato il nero in luce». I suoi celeberrimi neri possenti assunti dalla grande arte spagnola di Velázquez e Goya che con Tiziano, Giorgione e Rubens caratterizzarono in modo significativo la sua formazione. Oltre a l’aplat preso dal Giapponismo, che fu l’ulteriore schiaffo alle convenzioni della prospettiva accademica e al chiaroscuro. Egli trionferà da indipendente sul terreno dei valori consacrati, con la spavalderia del creatore generoso che sa andare diritto allo scopo, proponendosi con eleganza anche quando dovette fronteggiare i presunti scandali della sua pittura.
È un grande borghese ribelle Manet, boulevardier raffinato che del parigino possiede la disinvoltura, la scelta della battuta salace, la mescolanza esplosiva di rispetto per la tradizione e di insolenza, scetticismo e sincero liberalismo, in pratica tutto lo spleen necessario per scuotere un’epoca.