Dopo lo schiaffo a D’Alema anche Fassino dice no a Prodi

Il segretario della Quercia non vuole rinunciare alla guida del partito. I Ds frenano Padoa Schioppa, candidato del Professore al Tesoro

Laura Cesaretti

da Roma

Massimo D’Alema solca il Tirreno al timone di Ikarus, sorride e mastica gomma americana scrutando l’orizzonte, narrano le cronache. E fino a quando il presidente ds non sarà tornato sulla terraferma, anche il governo Prodi pare destinato a rimanere in alto mare.
Il Professore assicura che sulla squadra dei ministri «abbiamo le idee chiare», ma è una diplomatica menzogna. In realtà nulla, tutto è sospeso in attesa di sapere cosa accadrà da venerdì al Senato nello scontro Marini-Andreotti, dal cui esito dipende anche la possibilità di ottenere l’incarico da Ciampi: il presidente sarebbe disponibile a concedere un’investitura «lampo» nella settimana di maggio che precede le votazioni per il suo successore, a patto che la maggioranza regga e che la lista dei ministri sia già blindata.
E anche in attesa di sapere cosa succederà in casa ds nello scontro D’Alema-Fassino. Il secco ultimatum dalemiano sul «doppio incarico» (se Fassino entra al governo deve lasciare il partito a un «segretario a tempo pieno») sta rimettendo in discussione ogni assetto. Fassino sarebbe tentato di rinunciare anche a fare il vicepremier, assicurano molti, e il commento dei fassiniani è che «l’ipotesi è tutt’altro che esclusa». Il che comporterebbe un’analoga scelta da parte di Francesco Rutelli, da sempre poco allettato dal governo. Ma per Prodi, che vorrebbe blindare i segretari nel suo esecutivo, sarebbe un problema in più. Del tutto incerta poi la collocazione che D’Alema sceglierà per se stesso, al ritorno dalle regate. Ma secondo alcuni la nebbia comincerà a diradarsi giovedì, quando i gruppi di Ds e Dl sono convocati per deliberare la fusione e ragionare sui capigruppo unici: lo schema iniziale prevedeva Franceschini (Margherita) alla Camera e Finocchiaro (Ds) al Senato. Ma la Quercia, dopo lo smacco di Montecitorio, punterebbe a guidare i deputati, ed è circolato persino il nome di D’Alema. «D’altronde - fanno notare in casa ds - sarà una postazione importantissima per la maggioranza, ed è da lì che si daranno le carte del partito democratico».
Fatto sta che dallo staff di Prodi spiegano che è «tutto bloccato», e che finora il premier in pectore «non ha ancora messo alcun nome accanto alle caselle». Anche se una scelta l’avrebbe fatta: Enrico Letta come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ruolo cruciale cui ambiva il consigliere prodiano Ricky Levi, ora in fredda col Professore che lo ritiene responsabile primo del tragico «errore di comunicazione sulle tasse» in campagna elettorale. Nessun nome, dunque, tranne uno: quello accanto alla casella dell’Economia, che per Prodi è e deve restare Tommaso Padoa Schioppa. Ma proprio su quella casella sarebbe partito un forte pressing da parte dei Ds. Del resto, la sera in cui D’Alema ha annunciato il suo ritiro dalla lizza con Bertinotti per la presidenza di Montecitorio, al Botteghino si registrava già un veemente altolà al Professore: «Ora basta, sulla Camera ha giocato di sponda alle nostre spalle con Rifondazione ma sul governo deve starci a sentire. E i suoi "tecnici" se li scorda, non è il momento». Ieri, in casa ds, si ascoltavano valutazioni più pacate ma altrettanto ferme, e si segnalava «una forte pressione di importanti settori dell’economia reale, da Confindustria ai sindacati», perché a quel fondamentale ministero vada «un politico». Aggiungendo una critica all’intervento di Padoa Schioppa sul Corriere della Sera di domenica: «Uno che vuol fare davvero il ministro non si espone così, mantiene un certo riserbo». Nomi alternativi? Nessuno. Da tempo però si sa che proprio a Fassino sarebbe piaciuto misurarsi in quello che è il posto del «reale numero due di un governo». Ma l’ingresso del segretario ds nell’esecutivo è proprio l’oggetto del contendere attorno al quale si è bloccato tutto. E l’ipotesi che circola è che il candidato (di Fassino) sia Pierluigi Bersani. Due piccioni con un fava: il segretario porterebbe a casa un pezzo da novanta del governo, e toglierebbe di mezzo un temibile concorrente nel partito, accreditato come futuro segretario con l’imprimatur di D’Alema.