Lo schiaffo di Napolitano a Prodi: troppe fiducie e leggi fatte male

Il capo dello Stato non fa sconti al premier: vanno migliorati i rapporti fra esecutivo e Camere e la qualità della legislazione

da Roma

Spumante e stuzzichini. Giorgio Napolitano offre una bicchierata alle alte cariche della Repubblica e regala sorrisi e auguri a tutti, in particolare all’Italia, che non sarà in «declino» ma che senza riforme «rischia». Per Prodi invece niente doni, solo due sonori e formali schiaffi, frutto di due cose che il capo dello Stato non riesce proprio a digerire: la frittata sul decreto sicurezza, una «distorsione clamorosa», e il pasticcio sulla Finanziaria, che tra voti di fiducia e maxiemendamenti risulta «abnorme» e obiettivamente sottratta al «dibattito parlamentare». Seduto in prima fila, il Professore incassa senza smettere mai di sorridere: «Ha ragione lui, le procedure vanno cambiate, però oggi non c’è altra via per mettere a posto alcuni aspetti della legislazione».
Eppure, stando a quanto il presidente dice a consuntivo del 2007 agli ospiti seduti nel Salone dei Corazzieri, c’è ben poco da stare allegri. Servirebbero riforme per sanare «debolezze e criticità del nostro sistema-Paese». E bisognerebbe rimboccarsi le maniche smettendo di litigare sempre, soprattutto, sembra di capire, di litigare nella maggioranza. «Vorrei che sentissimo tutti come un imperativo - dice infatti Napolitano - questo cambio di clima, intanto per evitare cadute ulteriori nei rapporti tra governo e Parlamento, nella qualità delle legislazione e nei rapporti tra istituzioni». Sul Colle sono ancora furiosi per la gestione del pacchetto sicurezza: «Abbiamo avuto nei giorni scorsi esempi clamorosi delle distorsioni che un esame concitato, da posizioni contrapposte, di leggi delicate può provocare».
Ancora più grave forse quanto è successo con la manovra, lievitata settimana dopo settimana del 50 per cento. Già l’anno scorso il capo dello Stato aveva chiesto di evitare forzature, articoloni, provvedimenti omnibus, fiducie à gogo. Niente. «Solo in misura leggermente attenuata - si lamenta ora - l’approvazione delle legge finanziaria è stata in ultima istanza affidata a congegni di abnorme accorpamento, con conseguenti voti di fiducia, di norme accresciutesi senza misura nel corso del dibattito parlamentare». Colpa «dell’asprezza dello scontro» e della «difficoltà di intese efficaci sulle procedure», ma soprattutto del «persistente, ingiustificabile ritardo nell’affrontare una riforma razionalizzatrice delle normative vigenti in materia di contabilità e di bilancio dello Stato». Senza contare che occorre essere più incisivi «nella riduzione dell’indebitamento pubblico».
Troppi poi «i segni di tensione» nei «rapporti tra le istituzioni» e di «scarsa considerazione del principio di lealtà e del senso del limite». Napolitano allude forse al caso Speciale e a come il governo ha cercato di risolverlo, forse anche al papocchio-Rai. Sicuramente pensa agli scontri «tra politica e giustizia», un «tema scottante» sul quale vorrebbe che si evitasse «l’accendersi, ancora una volta, di una deleteria spirale». Calma, «rispetto reciproco» e «senso della misura».
Il 2007 è stato «segnato da tensioni e preoccupazioni». Se il New York Times ha «calcato le tinte», se è vero il declino non c’è, se «il tessuto delle imprese è vivo», c’è però secondo Napolitano molto da fare «per liberare lo sviluppo economico e civile dell’Italia dalle rigidità». Basta con «le esagerate partigianerie», concentriamoci su obbiettivi comuni: sicurezza, ordine pubblico, lotta al crimine organizzato, giustizia, lavoro. Servono poi come il pane le riforme istituzionali, «quei cambiamenti necessari per ottenere equilibri più efficaci e procedure di governo e di decisione più rapide e più sicure». Il presidente si rallegra per «l’avvio di un esplicito dialogo tra maggioranza e opposizione» e indica i campi sui quali raggiungere l’intesa: legge elettorale e modifiche alla seconda parte della Costituzione. La cosa importante è fare presto: «Dopo vani discorsi, c’è un insoddisfatto bisogno di conclusioni effettive, altrimenti si «rischia». La gente non capisce, l’antipolitica è dietro l’angolo.
Intanto a rischiare è il governo. «Il vertice del 10 gennaio è inutile - dice Clemente Mastella - meglio andare subito alle urne». Dal Quirinale non si sbilanciano. Ma ricordano che per il voto occorre una nuova legge.