Lo "schiaffo" di Sarkozy alla Cina A faccia a faccia con il Dalai Lama

Le minacce di ritorsioni economiche da parte di Pechino non
intimoriscono il capo dell’Eliseo, che a Danzica incontra per la prima
volta il leader tibetano

di Marta Allevato

Questa volta a Pechino non è riuscito il tradizionale stratagemma: sfoderare le trite minacce di ritorsioni politiche ed economiche per isolare la causa tibetana sul piano internazionale. Nonostante le intimidazioni e le prove di forza arrivate dalla Cina, ieri il presidente francese Nicolas Sarkozy ha stretto la mano al Dalai Lama. Un faccia a faccia storico, perché si tratta del primo capo di Stato europeo nella veste di presidente di turno Ue a incontrare la guida spirituale tibetana in esilio. I due si sono parlati per circa 30 minuti, a porte chiuse. La cornice e l’occasione sono di quelle altamente simboliche: a Danzica, in Polonia, a margine del 25° anniversario del Nobel a Lech Walesa, lo storico leader di Solidarnosc, che aprì le porte alla caduta del comunismo sovietico.
Il gesto di Sarkozy è di sfida, ma nasconde il tentativo di mediare nei rapporti tra Cina e Tibet e di distendere le difficili relazioni tra Unione europea e Pechino sul fronte dei rapporti commerciali e dei diritti umani. «Bisogna agire con calma - ha affermato Sarkozy in conferenza stampa - il mondo ha bisogno di una Cina aperta che partecipi alla governance globale». Ha poi sottolineato che anche Pechino «ha bisogno di un’Europa forte che dia lavoro alle aziende cinesi».
Come ritorsione all’annuncio dell’incontro Sarkozy-Dalai Lama, il governo cinese aveva disdetto la sua partecipazione all’annuale vertice Ue-Cina, previsto per il 1° dicembre scorso a Lione. Ma entrambe le parti sanno bene che la linea dura a lungo andare non giova a nessuno. Sulla questione tibetana Pechino ha bisogno di mostrare i muscoli soprattutto per una questione di politica interna. L’opinione pubblica cinese si infiamma facilmente quando si parla di Lhasa. Anche stavolta lo dimostrazione arriva dalla blogsfera, da dove nei giorni scorsi è partito subito l’invito al boicottaggio dei prodotti francesi e della catena di supermercati Carrefour. Le autorità, però, hanno preferito non soffiare sul fuoco del nazionalismo: nell’attuale periodo di crisi economica hanno ancora bisogno degli investimenti occidentali. Liu Jianchao, portavoce del ministero cinese degli Esteri, pur manifestando «insoddisfazione» per la posizione europea e francese, ha chiesto alla popolazione di agire in modo «calmo e razionale». Ieri sera l’unico commento è stato quello dell’agenzia governativa Xinhua: è stata «una decisione poco saggia che minerà i legami sino-francesi».
Da sempre la Cina intima agli altri Paesi di non avere rapporti con il Dalai Lama, considerato un ribelle. Di lui si può parlare solo usando l’appellativo «testa di serpente». Dopo la sanguinosa repressione a marzo delle proteste in Tibet, Pechino ha subito forti critiche internazionali, sfociate nelle contestazioni su scala mondiale durante il percorso della torcia olimpica. Per placare le critiche, ad aprile sono stati riaperti i colloqui con gli inviati del Dalai Lama. Peccato che, chiuso il sipario dei Giochi, Pechino abbia finora rifiutato qualsiasi proposta tibetana. Il Dalai Lama continua a ripetere che non vuole l’indipendenza del Tibet, ma solo un’autonomia che lo salvi dal «genocidio culturale» a cui è sottoposto dall’occupazione cinese (1959).
Al di là dei possibili sviluppi futuri, una cosa appare chiara: l’incontro di Danzica, insieme al premio Sakharov assegnato quest’anno al dissidente democratico cinese Hu Jia, dimostrano un cambiamento in senso più deciso dell’Ue nei confronti di Pechino.