Schiele, Klimt, Kokoschka la triade del nuovo corso

Le opere dei primi due decenni del ’900 esposte al MART illustrano il clima secessionista

A volte, si afferma, la presenza di uno o due quadri vale la visita ad una mostra. Chi dice questo pensa di fare un complimento, ma in realtà, ammette che la mostra è stata confezionata con una serie di «quadretti» attorno a due o tre capolavori. Invece, questa mostra su «Schiele, Klimt, Kokoschka e gli amici viennesi» (sino all’8 gennaio al Mart di Rovereto) è una vetrina ben equilibrata di circa 120 opere, più alcuni materiali a stampa, che, grazie anche a un intelligente allestimento filologico, immerge il visitatore nel vero clima della Secessione.
La mostra, che proviene in gran parte dalla collezione della Galerie Belvedere di Vienna (e da altri musei austriaci e tedeschi), è prodotta dal Mart e curata da Tobias Natter, Tomas Sharman e Thomas Trummer, sotto la direzione scientifica di Gabriella Belli. E propone un itinerario lungo vent’anni di vita artistica a Vienna che prende l’avvio dal manifesto di Klimt per la prima mostra della Secessione, nel 1898, ruota attorno alle vicende del Neukunstgruppe (il Gruppo dell’Arte nuova) fondato a Vienna nella primavera del 1909, e si chiude con la morte di Schiele, nel 1918.
Diciamocelo chiaro, tutte le mostre, anche lodevoli, sugli impressionisti, che si sono succedute a raffica nello scorso decennio, ci hanno un po’ stufato. Invece che le atmosfere bucoliche delle «colazioni sull’erba», oppure della «passeggiata al Bois de Boulogne», o ancora delle varie vedute della campagna francese, al Mart si potranno ammirare il Fregio di Beethoven di Klimt con il famoso bacio bizantineggiante, oppure, sempre di Klimt, la «maschia» femminilità della Giuditta, o ancora l’opulenta ed efebica bellezza di Adamo ed Eva. E queste erano le opere «morbide», ancora avvolte in quell’aura Jugend d’inizio ’900.
Più oltre, i drammatici ritratti di Kokoschka e le spigolose e sguaiate donne di Schiele c’informano che la grevità della carne, la drammaticità dell’esperienza umana, quella reale, non può rimanere fuori dalla tela: come appunto nel caso degli impressionisti che, forse, Toulouse-Lautrec a parte (ma lui era già «oltre» l’impressionismo), erano rimasti «impressionati» solo dal bon ton dei parigini della borghesia medio-alta. A Vienna, piuttosto, si assiste a una polifonia di suggestioni innovatrici: la posizione di Klimt, il padre della Secessione viennese, poi quella di Kokoschka, aperto invece all’espressionismo ma chiuso in se stesso, in una sorta di autoreferenzialità, e infine quella di Schiele, che era più aperta ai contatti esterni e fondata sul colore e sulla forza dell’erotismo. E va detto che il cuore della mostra è proprio qui, sul lavoro di Schiele: sebbene morto a soli 28 anni nel 1918, la sua arte è divenuta eterna.
A differenza di chi li aveva preceduti (i secessionisti), che secondo gli aderenti al Neukunstgruppe di Schiele «si dedicavano a problematiche puramente decorative, sostanzialmente assimilabili all’artigianato artistico», Schiele e compagni volevano invece reagire a tutto ciò con opere «volutamente grezze» o «involontariamente dilettantistiche», nelle quali erotismo e oscenità dilagavano. Considerata l’età media degli artisti in questione (sui vent’anni), la cosa fu immediatamente liquidata come una «crisi puberale». Ma l’impeto erotico delle opere era intenzionale e fu precisato da Schiele in un manifesto dove egli evitava di fissare un preciso concetto di «stile», ispirandosi a Nietzsche che definiva «autentici visionari» coloro che talvolta infrangono le leggi.
In modo del tutto diverso dagli espressionisti tedeschi del Die Brücke oppure del Blaue Reiter il gruppo di Schiele voleva evitare una rottura drastica (e drammatica) con la tradizione, dichiarando che «non esisteva nessuna Neue Kunst (arte nuova) ma solo aderenti al Neukunstgruppe». Un’affermazione possibile solo nel contesto viennese, e che in Germania mai si sarebbe potuta ipotizzare in quei termini. E questo perché, nonostante le evidenti spinte espressioniste, i giovani artisti viennesi cercavano di recuperare l’eredità dello Jugendstil viennese e della Secessione: di qui il collegamento, fondante, con il lavoro di Gustav Klimt.