Schifani: «Lavorerò per spianare la strada alle grandi riforme»

Il neo presidente del Senato: «Le priorità sono il federalismo, l’elezione diretta del premier e il monocameralismo. Presto la modifica delle regole parlamentari e quelle sulla formazione del bilancio»

da Roma

A ventiquattr’ore dal voto di Palazzo Madama che l’ha portato sulla poltrona più prestigiosa della Repubblica dopo il Quirinale, un pizzico d’emozione la si riesce ancora a scorgere. L’ufficio dove ci riceve Renato Schifani è lo stesso degli ultimi due anni, quelli passati in trincea a cercare, un voto dopo l’altro, quel senatore in più che avrebbe finalmente fatto la differenza. E al terzo piano di via della Dogana Vecchia di scatoloni non si vede ancora l’ombra. D’altra parte, spiega il neopresidente del Senato, «per me questa è quasi una casa» dove «ho vissuto momenti di entusiasmo e difficoltà, di sconforto ed esaltazione». E soprattutto, «dove ho vissuto bene». Le ore, però, scorrono veloci e dopo il primo faccia a faccia con Napolitano ieri sera, oggi arriverà pure l’esordio in pubblico con le celebrazioni del Primo Maggio insieme al capo dello Stato e al premier uscente Prodi. Un’istantanea che neanche un mese fa era difficile solo immaginarsi.
Allora presidente, è pronto a cambiare vita?
«A dire il vero, nei limiti di quanto mi sarà possibile, non intendo modificare quello che è stato il mio stile di vita nei dodici anni passati dentro questo palazzo. Anche per questo appena ho concluso l’intervento in Aula sono andato alla buvette a bere un bicchiere d’acqua e ho fatto una passeggiata nel Salone Garibaldi».
A sera, però, sarà andato a festeggiare?
«Una cena con la famiglia, che era in Aula ad assistere al voto, e una coppia di amici».
Cos’è che l’ha più colpita dopo la sua elezione?
«La convinzione con cui tutta l’Aula ha applaudito al termine del mio discorso. Per me è stata una sorta di promozione davanti al Parlamento e, quindi, davanti al Paese. Di questo non posso che rendere omaggio all’opposizione che mi ha voluto manifestare pubblicamente la sua fiducia».
Vuol dire che è un buon inizio?
«Significa che la responsabilità per gli impegni assunti nei confronti di tutta l’Aula è ancora più grande e, per quanto mi riguarda, più radicata».
Tutti auspicano una stagione di riforme condivise...
«Sono convinto che la reciproca legittimazione tra Veltroni e Berlusconi, arrivata in coda alla precedente legislatura, sia un ottimo viatico. Un’occasione di dialogo da non perdere. Un simile clima di collaborazione in passato non si era mai registrato ed è il miglior presupposto perché maggioranza e opposizione lavorino insieme. Il segretario del Pd, d’altra parte, ha detto pubblicamente di essere pronto a confrontarsi con il centrodestra. Che, ne sono certo, è disponibilissimo».
Sul fronte riforme, quali sono le priorità?
«Mi auguro che sin dalle prime riunioni dei capigruppo possa essere chiesta la calendarizzazione di provvedimenti finalizzati alla modifica dei regolamenti per impedire la costituzione di gruppi parlamentari che non corrispondono alle forze politiche che hanno corso alle elezioni».
Codificare, insomma, il risultato uscito dalle urne?
«Con il loro voto i cittadini hanno dato un messaggio forte e chiaro: semplificazione della politica e riduzione del numero dei partiti. Questo per la classe politica non è solo un insegnamento ma anche un monito che non possiamo ignorare. I cittadini ce ne chiederebbero giustamente conto».
Altra priorità?
«Modificare le norme sulla formazione del bilancio, se ne parla ogni volta che si approva una Finanziaria. C’è l’esigenza di semplificare e snellire, di dare delle regole più rigide per l’emendabilità della legge di Bilancio. Siamo a maggio, c’è tutto il tempo perché anche prima dell’estate maggioranza e opposizione possano arrivare insieme a modificare l’iter formativo della Finanziaria».
La Lega ha grandi attese per la riforma federale.
«Sono fiducioso che il percorso iniziato e poi interrotto da un referendum viziato da una pregiudiziale ideologica possa andare avanti. Elezione diretta del premier con la norma antiribaltone, fine del bicameralismo e riduzione del numero dei parlamentari sono tutti temi che erano condivisi in maniera bipartisan fin dalla Bicamerale. Sull’elezione diretta, per esempio, c’era la decisa contrarietà della sinistra radicale che oggi non è più in Parlamento. E dunque penso che una convergenza tra Pdl e Pd sia a portata di mano. Così sul monocameralismo e sulla riduzione del numero di deputati e senatori».
Il percorso potrebbe essere quello di una nuova Bicamerale?
«Non sono pregiudizialmente contrario, ma penso che farebbe solo allungare i tempi delle riforme. In presenza di un’intesa, la via parlamentare è la più semplice, la più naturale e la più rapida. L’articolo 138 della Costituzione, poi, dà garanzie di tutto rispetto».
Che effetto le farà presiedere un’Aula dove non ci saranno Prc, Pdci e Verdi?
«Credo che le istanze sociali e economiche di questi partiti debbano entrare, se non nel dibattito parlamentare, comunque in quello politico. Bisogna evitare che queste forze, che nel nostro Paese esistono, non sentendosi rappresentate cerchino altri luoghi dove far sentire la loro voce. In questo va compiuto un grande sforzo».
Intende dire che sarebbe stato meglio fossero entrate in Parlamento piuttosto che rischiare di ritrovarsi la protesta nelle piazze?
«Hanno scelto gli italiani. E quello che hanno scelto va accettato. La politica, però, non deve essere così presuntuosa da ignorare il fatto che ci sono partiti più piccoli che la pensano in maniera diversa. Anche per evitare che le manifestazioni di progettualità politica vadano fuori dai binari della correttezza istituzionale».
Prima lei e poi Fini avete lanciato un forte appello al dialogo. Non stridono, in questo contesto, le parole di Umberto Bossi?
«Al suo linguaggio siamo abituati. Ma i suoi toni sono sempre stati più metaforici che altro. Non si sono trasformati né in iniziative legislative né in atteggiamenti concreti che scalfissero le regole democratiche. Lo stesso presidente Berlusconi, comunque, lo ha già invitato ad abbassare i toni».
Quando nel suo intervento ha citato la lotta alla mafia l’ha fatto per dare un messaggio alla sua terra?
«Non solo. La Sicilia è stata vittima della mafia e ha avuto la forza di alzare la testa anche pagando prezzi altissimi. Ma ho voluto ricordare il 41 bis per dare un segnale al Parlamento e al Paese che lo Stato c’è, a livello legislativo e di forze e dell’ordine. Ma se si vuole vincere la guerra alla criminalità organizzata non ci si può e non ci si deve dividere».
Ieri le dichiarazioni dei redditi di tutti gli italiani sono state pubblicate su Internet per decisione del viceministro uscente Vincenzo Visco.
«Penso che in una democrazia compiuta i principi di trasparenza vadano applicati a tutti i cittadini. Quello che non condivido è il modo corale, pubblcistico e disarticolato in cui questi dati sono stati resi pubblici. Così si rischia di creare tensioni sociali all’interno di intere categorie».