Schifani prepara l’espulsione di Di Girolamo

RomaIn meno di una settimana il Senato deciderà se Nicola Di Girolamo sarà consegnato alla giustizia o godrà dell’immunità parlamentare. L’ipotesi più probabile sembra essere la prima. Il Senato potrebbe accogliere nel giro di pochi giorni la richiesta d’arresto per il senatore inviata dalla procura di Roma, o decidere - più semplicemente - la decadenza dall’incarico. Ieri a palazzo Madama s’intuiva questa linea di pensiero anche all’interno del Pdl. Ma è soprattutto la velocità dei tempi a indicare che il senatore al centro dell’inchiesta sul riciclaggio internazionale che coinvolge anche le società Fastweb e Telecom Sparkle ha i giorni contati nel suo ruolo di rappresentante del popolo.
La pratica Di Girolamo passa all’esame dell’aula già mercoledì. Lo ha deciso il presidente Renato Schifani, con una posizione molto netta. La seconda carica dello Stato chiede «tempi brevissimi» per fare «immediatamente chiarezza» nell’analisi del caso del senatore accusato di associazione a delinquere e di violazione della normativa elettorale con l’aggravante mafiosa. Le accuse a Di Girolamo, secondo molti alti esponenti del Pdl, sono indifendibili: «Non sono senatore - dice per esempio il ministro Franco Frattini - ma se lo fossi voterei sì alla richiesta di arresto».
Schifani si è quindi esposto direttamente chiedendo un’accelerazione: «Credo sia dovere di tutti fare in modo che l’aula possa rivedere un giudizio assunto in passato sull’eleggibilità a senatore di Di Girolamo, dato che si è in presenza di un quadro probatorio completamente diverso da quello di mesi or sono». Schifani lo ha chiarito con i giornalisti, ma lo ha anche scritto in una lettera indirizzata al presidente della giunta per le immunità parlamentari, Marco Follini. Fu proprio la giunta a rispondere con un «no», nell’agosto del 2008, alla prima richiesta d’arresto della procura.
Dopo la lettera di Schifani, Follini ha annunciato di aver convocato eccezionalmente l’ufficio di presidenza già oggi, alle 12, per analizzare le carte inviate da piazzale Clodio. La questione sarà comunque affrontata dall’assemblea, il 3 marzo. Lo chiederà direttamente Schifani ai capigruppo: «Sono emersi dalle indagini nuovi elementi sulla dubbia elezione di questo signore». L’indicazione nella lettera a Follini è ancora più incalzante: «La invito - scrive il presidente del Senato - a riprendere sollecitamente l’esame della questione relativa alla contestazione e alla proposta di annullamento di tale elezione». Con la decadenza dall’incarico, Di Girolamo «tornerebbe ad essere un normale cittadino». Tutti d’accordo, dalla Lega al Pd. Caso eccezionale, anche l’Italia dei Valori applaude Schifani: «Una decisione saggia e opportuna», il commento del senatore Luigi Li Gotti.
Il 29 gennaio del 2009 Di Girolamo fu salvato dal Senato grazie a un ordine del giorno presentato dal senatore Sergio De Gregorio (Pdl). La procura aveva già segnalato a palazzo Madama gravi anomalie nell’elezione in Germania, ma si decise di attendere l’esito del processo prima di ogni decisione.
In giunta l’atteggiamento era stato sostanzialmente garantista nei confronti della richiesta della Procura. L’8 agosto del 2008 fu Francesco Sanna del Pd a firmare la relazione con cui si proponeva all’aula del Senato di non accogliere l’autorizzazione a procedere per Di Girolamo. Non risultava, scriveva Sanna, «una reale ed assoluta indispensabilità della privazione della libertà personale del parlamentare».
Felice Casson (Pd) conferma al Giornale: «Facemmo un accordo con la maggioranza per non accogliere la richiesta d’arresto ma per proporre l’annullamento dell’elezione. Io credo che mi astenni». Anche il Pd firmò quindi, più o meno compattamente, il «no» ai domiciliari. La giunta indicò però all’assemblea l’annullamento dell’elezione del senatore, con una relazione firmata da Li Gotti, dell’Idv, e da Andrea Augello, del Pdl. Ma poi l’aula decise di aspettare, e Di Girolamo rimase in carica.