Schifani, lo stratega anti Prodi eletto presidente del Senato

La stragrande maggioranza degli italiani conosce il neo presidente del Senato, Renato Schifani, per le apparizioni nei Tg. Fa capolino nelle nostre case ai pasti, dice la sua e se ne va senza averci né stimolato né tolto l'appetito. Lo abbiamo visto la prima volta nel 2001, quando fu eletto capogruppo dei senatori di Fi. Abbiamo continuato a vederlo con immutata indifferenza nel 2006 quando fu riconfermato.
Ci ha dato l'unico soprassalto due anni fa cambiando look. Arrivò in tv - era l'ora di pranzo se non ricordo male - coi capelli a spazzola e una vistosa pelata centrale. Il suo celebre riporto - il «riportone Schifani», colossale opera di ingegneria tricologica - era scomparso. Si disse che a spingerlo a separarsi dall’annoso turbante fosse stato il Cav che in effetti fu il primo a complimentarsi: «Sei un gran figo». Schifani smentì le pressioni e disse che la ciocca era caduta da sé per il prolungato attorcigliamento.
Schifani non è uno che accenda la fantasia. Calmo, sobrio, monotono. Le sue frasi tipo sono: «La sinistra non ha ancora capito... non si è ancora liberata... si aggrappa al nulla». «Il presidente Berlusconi ha ragione... ha previsto tutto... ci ha indicato la strada». A sinistra è detestato perché non le manda a dire, a destra non entusiasma perché le dice senza passione.
Eppure, ha ottenuto la seconda carica dello Stato, conquistandola sul campo.
Premessa della sua vittoria odierna è la sconfitta del centrodestra nel 2006. Quando fu chiaro che lo scarto tra i due schieramenti al Senato era minimo, Schifani capì all’istante che proprio al Senato si sarebbe giocata la legislatura. Fu l'unico a credere che non sarebbe arrivata in fondo. Più fiducioso dello stesso Cav che mormorava abbacchiato: «Il governo Prodi è pessimo e vivacchierà cinque anni». «Molto meno, Silvio» replicò Schifani. E si mise all’opera.
Il Senato divenne subito, come mai nella sua storia, il terreno dello scontro politico. La Camera scomparve per due anni dalle cronache dei giornali. Tutta l’attenzione si concentrò su Palazzo Madama dove l’assenza anche di un solo senatore poteva spazzare il governo e mandare all'aria la legislatura.
Cominciò così la gara tra gli indiscussi protagonisti del biennio: Anna Finocchiaro, capogruppo dell'Ulivo e Schifani, presidente dei berlusconiani. Due gli imperativi della sfida: imporre ai propri senatori una continua presenza in Aula; sottrarre alla parte avversa i senatori indecisi. Anna e Renato si sono catapultati nell’impresa. Con tanta più passione che, catanese l’una, palermitano l’altro, la cosa assumeva il sapore di un derby siciliano. Entrambi hanno cominciato lavorarsi i centristi altrui. La tizianesca diessina corteggiando i senatori Udc e gli ex dc di Fi, Gianfranco Rotondi, Mauro Cutrufo ecc. L’ostinato Schifani con un pressing sui senatori esteri, a vita e i diniani della Margherita. La marcatura a uomo, durata l'intera legislatura, è poi finita - com'è noto- con la netta vittoria del maschio palermitano.
La prima operazione firmata Schifani fu lo scippo di Sergio De Gregorio. Il nuovo Parlamento era stato appena inaugurato e bisognava scegliere il presidente della Commissione Difesa. La notte prima, Renato telefonò a De Gregorio, che era senatore della dipietresca Idv. Con azzeccate parole gli offrì i voti del centrodestra per la presidenza. In cambio, gli chiedeva un progressivo sganciamento dall’Unione. Stretto il patto, De Gregorio fu eletto e di lì a poco fece il salto della quaglia.
Oltre al lavorio predatorio, Schifani ha assunto su di sé il compito di controllare le presenze in Aula dei suoi. Occhiuto come un maremmano, ringhioso come un mastino. Ne sa qualcosa Alfredo Biondi che, facendo mancare il proprio voto, impedì alla Cdl di battere il governo nel luglio 2007. L'ultraottantenne fu affrontato da Schifani. «A causa tua, abbiamo perso un'occasione d'oro» disse e pretese spiegazioni per l'assenza. Il tono perentorio del capogruppo acuì l'ingegno già vivacissimo di Biondi che si inventò una scusa da manuale. Aveva avuto un attacco d'asma - disse - causato dalla moquette del Senato ed era corso nel suo ufficio per inghiottire un antistaminico. «Non credo di dover morire in Aula», aggiunse melodrammatico. «Morire no, ma tenerti le pillole in tasca, sì», disse Renato incenerendolo. In realtà, Alfredo era nel mirino perché sospettato di sabotaggio allo scopo di evitare il crollo della legislatura che per lui era, aetatis causa, l'ultima. Sorvegliato speciale è stato anche Rotondi, notoriamente oggetto delle avances di Finocchiaro. Una volta mancò a una votazione senza importanza. Ma egualmente Renato lo apostrofò allusivo: «Abbiamo capito tutto». Come dire, eri assente perché confabulavi per tradirci. Non c’era niente di vero, ma riuscì a comunicare a Rotondi una tale angoscia da farlo diventare tra i più assidui. A un giornalista che lo complimentava per questo, il poveretto rispose: «Non ho merito. Sono stato sequestrato da Schifani».
Conclusione. Schifani, nel biennio, è stato ancora più che un capogruppo, lo stratega della legislatura breve che ha seppellito la vittoria dell'Unione nel 2006. Se Prodi è caduto, è per i continui agguati che Renato gli ha teso in Senato.
Di fronte ai fatti, il Cav non ha potuto che prendere atto e premiare il collaboratore. Ecco perché Schifani è da oggi presidente del Senato.
Come si è capito, il neopresidente è un tipo tosto. Tignoso, cavillante, tenace. Entra in ufficio alle 9, esce alle 22. Ha perfino somatizzato la battaglia del biennio con diverse ulcerette che ha dovuto farsi operare. Per non parlare della caduta del riporto.
Schifani è un avvocato cinquantottenne, esperto in Diritto urbanistico. La pignoleria gli deriva dalla professione, a lungo sua unica fonte di reddito. Dai genitori, impiegati pubblici, ha infatti ereditato solo ricordi e affetti. Ha studio a Palermo, città nella quale ha sempre vissuto finché nel '96 non è diventato senatore trasferendosi a Roma cinque giorni la settimana. Nel week-end rientra a casa, dalla moglie Franca - ex funzionario della Procura - e dai figli, Roberto, avvocato, e Andrea, universitario.
Il suo primo lavoro, dopo la laurea con lode in Legge, è stato al Banco di Sicilia come impiegato. Dalla finestra vedeva il mare blu e pensava alla pesca subacquea di cui è appassionato. Abbondano foto del neopresidente in pinne e cefali nella fiocina. A furia di guardare il mare, si chiese: «Che ci faccio qui?» e piantò la banca. Fu accolto nello studio legale di Giuseppe La Loggia, pezzo da novanta della Dc siciliana e parlamentare nazionale, in una stanza cieca. A corto di distrazioni, Renato mise la testa a partito e un piede nella politica. Divenne dc, ma per un quarto di secolo si tenne lontano dall'agone limitandosi alla professione. Si legò d'amicizia con Enrico La Loggia, figlio di Giuseppe e futuro ministro di Fi. Fu lui a traghettarlo nel '95 tra i berluscones. L'anno dopo era già senatore e s'impossessò all'istante delle tecniche parlamentari. Berlusconi intuì che quel tipo accorto e sicilianamente diffidente poteva fare al caso suo e nel 2001 lo fece capogruppo.
Durante l'incarico, Renato si segnalò per due provvedimenti. Il cd Lodo Maccanico-Schifani che prevedeva, come in Francia, la sospensione delle inchieste penali per le prime cinque cariche dello Stato durante il mandato. Era l'epoca in cui la magistratura aveva preso il premier Berlusconi per un punching-ball e gli scaraventava addosso un avviso di garanzia il mese. Il progetto abortì perché la sinistra politica e giornalistica preferiva il Cav inchiodato nelle aule giudiziarie piuttosto che alacre a Palazzo Chigi. L'altro provvedimento schifaniano fu la stabilizzazione del 41 bis che trasformava il carcere duro per i mafiosi da provvisorio in definitivo.
Come su ogni siciliano nemico, la sinistra ha cercato di gettare anche su Schifani un’ombra di mafiosità. Il tentativo più corposo lo fece nel 2002 l'Espresso con un dossier dal titolo elegante, «Una vita da Schifani», in cui affastellava mafiosi veri e presunti connettendoli in vario modo al capogruppo di Fi. Per rafforzare la tesi, cita pure una frase sibillina dell'ex Guardasigilli e deputato di Fi, Filippo Mancuso, che anni fa definì Schifani: «Un avvocato specializzato nel recupero crediti». Cosa intendesse, Dio solo sa.
L’intrigo rimase però tutto giornalistico. La magistratura non ha aperto incartamenti, né ha mai convocato Renato, gettando il dossier nel cestino. Lo stesso Mancuso, interpellato dal vostro cronista, riconosce oggi al neopresidente del Senato «grandi capacità tecnico-parlamentari» e gli fa un «augurio libero da qualche dissenso da me incorso nella gestione delle nostre diverse personalità». Un modo, ancorché criptico com’è nell'indole mancusiana, di chiedergli scusa per l’uscita di anni fa. Un viatico.
Giancarlo Perna