Schizofrenia di governo

Nel dibattito di ieri alla Camera sono stati sviscerati gli aspetti inquietanti e sconfortanti della liberazione di Daniele Mastrogiacomo. L’hanno fatto, dalle loro opposte angolazioni, la maggioranza e l’opposizione. Ma su un punto fondamentale della questione ostaggi la Camera è stata - o così mi è parso - concorde. Il punto è questo: si può, anzi si deve trattare con i rapitori - nel caso specifico i tagliagole talebani - per salvare la vita d’un concittadino che si trovi nelle loro mani. Sembrava insomma che la materia del contendere riguardasse le modalità del negoziato, la possibilità che esso includesse la liberazione di terroristi conclamati, l’opportunità di utilizzare un’organizzazione ideologizzata fino al settarismo come Emergency. Sui contatti con i talebani non s’è invece eccepito, almeno nelle prese di posizione più importanti.
Questo avveniva in Parlamento, ossia nel cuore delle istituzioni. Allora, scusate la rozzezza, bisogna che lo Stato italiano - ossia chi lo rappresenta - si metta d’accordo con sé stesso. Bisogna cioè che i legislatori e il governo e la magistratura e i dotti esegeti del giure spieghino perché mai ciò che in Italia è vietato, fuori d’Italia sia invece permesso, perché mai il pagamento di riscatti sostanziosi - non parliamo poi dell’obbrobrio di scambi con i tagliagole - siano leciti in Afghanistan e tassativamente vietati entro i confini della Penisola. Se ricordo bene la regola vigente in Italia nel caso di sequestri è che non sia avviato alcun patteggiamento tra i banditi e le famiglie dei sequestrati, che per impedire il versamento di un riscatto sia bloccato il patrimonio delle famiglie stesse, che le forze dell’ordine prendano in mano le redini dell’indagine. Questa tecnica ha un sottofondo duro, che diventa crudele se il rapito viene ucciso. Ma non si può negare che il fenomeno dei sequestri si sia andato attenuando nel corso degli anni.
All’estero tutto cambia. Se il sequestratore è un sardo si deve far la faccia feroce. Se è un afghano si può o meglio si deve avviare il mercato, io ti do una cosa a te, tu mi dai l’ostaggio. Già in questi termini la faccenda è sgradevole, per non dire ripugnante. Ma non è in questi termini. Mentre veniva catturato Mastrogiacomo veniva anche sgozzato il suo autista. Si è conversato con i talebani avendo alle spalle quel sangue. I termini e le procedure del negoziato possono essere discussi. Il cadavere come premessa del negoziato è indiscutibile.
Questo è a mio avviso sconcertante. Così come sono sconcertanti - sempre a mio avviso - i pentimenti che qua e là si profilano, a sinistra, per la fermezza di cui il governo del tempo diede prova nella vicenda di Aldo Moro. Ho osservato - e Piero Fassino, nei suoi ripetuti interventi, non ha dato segno di considerare l’obbiezione - che la trattativa per Moro sarebbe dovuta avvenire dopo che la sua scorta era stata sterminata, che lo Stato avrebbe dovuto venire a patti con assassini che avevano ucciso cinque volte. Ammesso e non concesso che la via del negoziato, suggerita da Craxi, fosse percorribile, essa risultava a quel punto sbarrata da cinque cadaveri. Analogamente diventava piuttosto spregiudicato trattare per Mastrogiacomo dopo la fine dell’autista.
Mi rendo conto dell’ansia e dell’angoscia con cui il Paese segue la sorte d’uno dei suoi che è in pericolo imminente d’essere ucciso. La linea dell’intransigenza sembra, in queste condizioni, refrattaria ad ogni sentimento di umanità. Ma, ripeto, lo Stato si metta d’accordo con sé stesso. Anche uno sequestrato a Nuoro è in pericolo di vita, e non si è spinto volontariamente in territori pericolosi per avventurosità professionale. Ma ai parenti del sequestrato di Nuoro, anche se fino a quel momento nessuno è morto, vengono fermati i beni. Per il sequestrato dell’Afghanistan si aprono invece le casse dello Stato, che esercita pressioni affinché manigoldi della peggiore specie siano restituiti alla loro attività di guerriglieri. Vorremmo capire.
Mario Cervi