Scholl piace e non incanta nel «Cesare» di Haendel

Musica splendida ma alcune voci non sono all’altezza

Pietro Acquafredda

da Roma

Il pubblico è pienamente ripagato del faticoso attraversamento della città per chiudersi finalmente in una sala da concerto, lasciandosi il mondo alle spalle. Dall'inizio alla fine del Giulio Cesare in Egitto di Haendel, opera inaugurale della stagione da camera dell'Accademia di Santa Cecilia a Roma, le tre ore di musica sovrumana si seguono con attenzione e piacere crescenti. Se non fosse per l'architettura modernissima della grande sala dell'Auditorium che lo impediva, quella musica ricreava perfettamente l'atmosfera di uno dei tanti teatri settecenteschi dove l'opera, l'opera italiana innanzitutto, trionfava anche fuori dei nostri confini. Come a Londra, al King's Theatre di Haymarket, quel 4 febbraio del 1724, in occasione della prima dell'opera heandeliana, con un cast d'eccezione nel quale primeggiava, star fra le star, il celebre Senesino, al secolo Francesco Bernardi, fra i più osannati castrati della storia, che, ascoltandolo cantare: «Le anime si abbandonano all'estasi, mentre gli angeli stupiti richiudono le loro ali dorate», chiosava un critico inglese dell'epoca.
Il Giulio Cesare di Haendel è uno scrigno di musica bellissima, assai varia nelle tipologie belcantistiche. Per melodrammi simili un posto d'ascolto basta e avanza; la scena, se c'è, aggiunge meraviglia a meraviglia, ma poco o nulla alla comprensione della drammaturgia, che non c'è. I dialoghi, anche ben fatti, scorrono via lisci e nessuno si danna a seguirli. Queste opere sono fatte solo di musica, di arie soprattutto, numerose, e ciascuna di una categoria più stilistica che espressiva. Ogni opera ha uno sfondo storico preciso; per la nostra, la campagna d'Egitto di Giulio Cesare (48-47 a.C) a caccia di Pompeo, suo nemico, in fuga dopo la sconfitta a Farsalo; ed anche una trama narrativa che coinvolge i protagonisti; nel nostro caso, Cornelia e Sesto moglie e figlio di Pompeo, il re Tolomeo e la furba ed appassionata Cleopatra. Ma di loro alla fine ci interessa assai poco.
Dunque tutto come nel lontano passato, e noi che ci deliziamo del canto? Proprio così, se non fosse per quelle angeliche voci dei castrati di un tempo proposte dalle ugole, davvero improponibili e denigratorie, dei controtenori di oggi. A Roma cantava nel ruolo di Cesare il celebre Andreas Scholl; ma assai meglio avrebbe figurato una voce femminile, in grado di sostenere anche lo straordinario virtuosismo vocale della parte. Assai bene, invece, le voci femminili: Sonia Prima, magnifica accorata Cornelia, come pure Alice Coote, baldanzosa interprete, en travesti, della parte di Sesto. Nel ruolo di Cleopatra s'è difesa con onore, seppure la voce non avesse qualità apprezzabili, il soprano Rosemary Joshua: fra i controtenori bene invece Tolomeo, interpretato da Franco Fagioli, giovanissimo e con un bel «centro». L'orchestra Les Talents Lyriques e la concertazione di Christophe Rousset, degne di lode senza riserve.