Schröder arriva al voto senza un programma

Reazione negativa dei tedeschi alle rivelazioni di stampa secondo cui il governo rosso-verde ritiene indispensabili altri tagli al welfare

Marcello Foa

nostro inviato a Berlino

Il cancelliere è il socialdemocratico è Gerhard Schröder, la sfidante la democristiana Angela Merkel. Ma nelle ultime due settimane è sembrato che i ruoli si fossero invertiti. Il primo furiosamente all’attacco di Paul Kirchhof, il probabile ministro delle Finanze del centrodestra, che ha proposto l’introduzione di un’aliquota fiscale unica (il 25% per tutti), la cosiddetta “flat-tax”. La seconda, “Angie” costretta a difendersi, spesso affannosamente, per dimostrare che le stime dell’Spd, secondo cui la riforma avrebbe favorito solo i ricchi, erano false e fuorvianti. Il pubblico ha abboccato: su l’Spd, giù la Cdu, elezioni improvvisamente in bilico.
Poi, negli ultimi tre giorni la Germania è uscita dall’ipnosi o perlomeno così sembra. Si è ricordata che la Merkel deve ancora essere messa alla prova, mentre Schröder governa da 7 anni, con risultati disastrosi: crescita irrisoria, disoccupazione oltre l’11%, deficit pubblico alle stelle.
Brava la Merkel, che ha saputo disinnescare la grana-Kirchhof, chiarendo che la flat-tax non sarà applicata nella prossima legislatura e richiamando al suo fianco Friedrich Merz, suo ex rivale nella Cdu. E bravi due quotidiani: la Welt e il popolare Bild Zeitung che hanno rivelato quel che Schröder intendeva tenere nascosto: un rapporto del ministero delle Finanze secondo cui nei prossimi dodici mesi sarà indispensabile tagliare 30 miliardi, per la maggior parte sussidi sociali, e addirittura 120 miliardi entro il 2009. Già tre anni fa il governo rosso-verde rinviò a dopo il voto la pubblicazione dei dati sul colossale deficit del bilancio, ingannando gli elettori. Una furbata che allora risultò determinante, ma il cui bis ora è stato scongiurato.
Schröder, semirauco, continua a battere le piazze, ma la sua spinta propulsiva appare esaurita. Gli elettori si accorgono che la Merkel ha spiegato con precisione e straordinaria onestà quali riforme intende introdurre. Da giorni ripete: «Non prometto quel che non posso mantenere»; e ai tedeschi, questo piace. Ma Schröder? Qual è il suo programma? Certo, il leader socialdemocratico assicura che proseguirà le prudenti riforme previste nel programma «Agenda 2010». Ma questa è un progetto varato anni fa; idee nuove, nessuna, soprattutto per quanto riguarda la riduzione del deficit pubblico. Implacabile nel denunciare le lacune altrui, scaltro nell’evitare di prendersi le proprie responsabilità. In breve: il solito seducente, ma vago e retorico Schröder. «Perché non dice che cosa vuol fare concretamente?», chiede Ursula, 20 anni, cameriera. «Voglio sapere come governerà», rilancia Willy, assicuratore di 50 anni.
Così nelle ultimissime ore i sondaggi rafforzano l’impressione di una rimonta del centrodestra. La Cdu-Csu almeno al 42,5%, l’Fdp almeno al 7,5%. Totale: almeno 50%. Sì, ce la possono fare. Ma il vantaggio resta irrisorio, considerato che dieci milioni di tedeschi, poco meno del 20% dell’elettorato, sono ancora indecisi. E allora diventano fondamentali i temi trascurati durante la campagna elettorale. Come l’assistenza alle famiglie disagiate: le proposte della Cdu, formulate dalla bella e popolare Ursula von der Leyen, probabile ministro per gli Affari sociali, appaiono più concrete e convincenti di quelle, troppo prevedibili, della sinistra. O come l’adesione della Turchia all’Unione Europea. In questo caso è stato Schröder a fare autogol: la sua intervista rilasciata all’inizio della settimana al più grande giornale di Istanbul in cui promette di battersi al fianco di Erdogan, gli ha garantito il voto dei 600mila turchi naturalizzati tedeschi, ma gli ha alienato molte simpatie tra la borghesia moderata, decisamente contraria a una Ue aperta ad Ankara e ai curdi.
Ogni voto conta e, per la prima volta, la chiusura della campagna elettorale coinciderà con quella dei seggi, alle 18.00 di questa sera. Per tutta la giornata i partiti cercheranno di conquistare le ultime simpatie, di spingere i potenziali elettori alle urne: come accade regolarmente negli Usa e come, invece, di solito non avviene mai in Europa. Ma questa volta la posta in gioco è troppo alta per le prospettive di rilancio di una Germania fino a pochi anni fa imbattibile, e che ora arranca, sbuffa, soffre. E allora addio al vecchio “bon ton” elettorale.
La Merkel ci crede. Schröder non molla: le chance che resti cancelliere sono basse, si batte principalmente per negare al centrodestra la maggioranza costringendo la Cdu a un governo di compromesso con l’Spd (la “grosse Koalition”). I piccoli partiti rialzano la testa, soprattutto quello liberale. Il rush finale è da sempre una prerogativa dell’Fdp. E questa sera un solo, misero punticino in più può far la differenza.
marcello.foa@ilgiornale.it