Schumi e il nervosismo dell’addio

Lui non può fare altrimenti, lui è Schumi e deve lottare, combattere, attaccare anche quando non dovrebbe. Lui ha preso per mano la Ferrari dieci anni fa e la Ferrari si ritrova con undici mondiali in più (sei costruttori e cinque piloti). «Lui si ritira a fine stagione» dicono le voci del paddock anche se insistentemente, ma anche stancamente, la Rossa continua a ripetere «saprete tutto a Monza». Lui qui a Budapest poteva affacciarsi in corsia di sorpasso, poteva affiancare nel mondiale Fernando Alonso e la sua Renault, poteva guardare lo spagnolo dritto negli occhi e fargli ciao ciao con la manina e invece ha preferito restargli dietro. Come fosse stato un suicidio motoristico per prolungare il piacere del duello, della sfida, della rincorsa. Ovvio che non è così, ma la sensazione regalata dai suoi comportamenti è questa: quella di trovarsi davanti al più campione di tutti che vuole lottare fino all’ultimo a qualsiasi costo.
Michael Schumacher dice «ho sbagliato ma io sono fatto così» per spiegare la sciocchezza commessa nel non far passare Heidfeld quando ormai aveva il mondo in mano e solo qualche punto lo separava in classifica da Alonso ritirato. Michael dice, ripete, ma non convince. O meglio: ci convince che è forte, indomabile, ma il suo correre fa anche capire che un po’ di spossatezza da lunga carriera comincia a insinuarsi. Forse anche per questo le voci di ritiro prendono coraggio: prima si sussurrava, ora si urla. Prima si diceva che Michael avrebbe corso per sempre, se solo avesse potuto; ora si dice che al 50 lascia e al 50 resta, ma forse lascia.
Troppi i pasticci visti in questo Gran premio, troppi i giovani ambiziosi, troppe le pressioni. Forse la lotta diverte ma il mondiale stanca. «Forse avremmo dovuto dirgli di lasciar passare Heidfeld - ammette sincero Jean Todt - ma c’era il rischio di deconcentrarlo e poi come si fa e poi l’ha detto lui stesso, lui deve lottare». La Ferrari lo conosce, sa che Michael può dare il massimo solo così. Però ora c’è il rischio che quello che poteva essere un vantaggio diventi un tallone d’Achille: Michael e la Rossa speravano con la loro rimonta di mettere sotto pressione Alonso e la Renault. E ci sono riusciti, ma a che prezzo. Il prezzo di vedere anche Schumi finire sotto pressione. I pasticci sono lì a dimostrarlo. Il sette volte campione non sente però il peso di dover a tutti i costi recuperare perché, in fondo, questo ancora lo diverte. No, Schumi avverte una pressione nuova, strana, solo sua, la pressione fastidiosa di dover vincere questo mondiale perché sarà il suo ultimo campionato e «perché al 50 lascia e al 50 no, ma è più probabile che lasci», perché ci si ritira da campioni, perché arriva Raikkonen e che fatica sarebbe con lui accanto. In fondo, a ben vedere, è questo il vero jolly che hanno in mano Alonso e Briatore per tenere in pugno il campionato. Pasticci a parte, s’intende.