Schumi: «Peccato, prima o poi doveva finire»

Todt: «Prestazione molto deludente». Barrichello saluta: «Abbiamo lavorato più di prima, questa però non è la Ferrari»

Cristiano Gatti

nostro inviato a Monza

Cosa possono dire? Come in tutti i funerali, solo parole di circostanza, un po' formali e un po' vuote. Che peccato, ma quanto ci spiace, bisogna guardare avanti. Però grazie a tutti per l'umana comprensione. Alle volte, gli strani disegni del destino: tocca a Monza, proprio a Monza, al circuito del grande automobilismo italiano, diventare teatro solenne e simbolico della fine. Della fine definitiva, dopo la fine protratta artificialmente e artificiosamente per troppi mesi. Al cospetto dei fedelissimi, nessuno se la sente più di raccontare pietose bugie: numeri alla mano, con Schumacher matematicamente bocciato dopo sei anni di dominio, la Ferrari - come simbolo di strapotere e di strapotenza - esce di scena. O tira le cuoia, se si preferisce il discorso diretto.
«Mi scuso, posso solo scusarmi»: questa la formula scelta dal campionissimo per scendere dal trono. Mentre Alonso va a prendere il suo posto, Schumacher guarda dritto negli occhi i tifosi che l'hanno accompagnato in questa irripetibile leggenda personale: non sapendo che dire, semplicemente chiede scusa. Il resto, a mezza voce, è solo una disperata ricerca di compassione e di consolazione: «In realtà, non è cambiato nulla: il mio campionato era già finito prima. Non ci restano molte vie d'uscita: bisogna capire che cosa sta accadendo e tentare un buon finale di stagione. Evidente: i nostri problemi nascono quasi tutti da quelle cose tonde e nere che non posso pronunciare per motivi di diplomazia. Però attenzione: guai a chi si rassegna. Guardiamo i nostri avversari: hanno perso molto, senza rassegnarsi mai. Se si fosssero rassegnati, ora non ci troveremmo in questa situazione...».
Più che crederci, vuole crederci. Ma quano gli chiedono se domenica prossima, a Spa, cioè sul circuito che ama, rivedrà la luce, la risposta è laconica: «Al momento, non posso accettare domande che contengano la parola luce...». Quindi aggiunge: «Non possiamo sperare nei miracoli. I miracoli non arrivano mai da soli. Bisogna lavorare per meritarseli».
Lavoro, lavoro, lavoro. Si aggrappano sempre allo stesso slogan. Jean Todt, che con la faccia cupa ricorda molto meno Alvaro Vitali, ripete gli aggettivi già sfoderati altre volte («Prestazione deludente e dolorosa»), ma subito si aggrappa al lavoro: «Mi auguro che il lavoro svolto in questi mesi sulle gomme serva a risollevarci in un futuro non lontano...». Lo stesso Barrichello, salutando la sua ultima Monza ferrarista con parole da Peynet («Abbraccio tutti questi tifosi meravigliosi, ricorderò comunque sei anni stupendi»), perviene immancabilmente al lavoro: «Certo, questa non è la Ferrari. Ma volendo proprio vedere, lavoriamo più adesso di quando vincevamo».
E allora? Come trattare la teoria della pancia piena, che fa invocare ad esperti tipo Clay Regazzoni un cambiamento radicale nell'organico, via i sazi, dentro gli affamati? Come affrontare il legittimo sospetto che la Ferrari non sia più la stessa per inevitabile e umanissimo appagamento? Niente: materia impronunciabile. Vietato sospettare. La Ferrari, per definizione, non è mai appagata. Ha sempre fame. E presto tornerà. Lo assicura proprio il più sazio di tutti, il re senza corona Michael Schumacher: «Ero abituato a vincere sempre, mi trovo a fare il perdente. È una ruota che gira. Ma se ci lasciassimo andare saremmo dei cattivi perdenti. Un consiglio, ai nostri avversari: come noi non abbiamo mai sottovalutato loro, loro non sottovalutino noi. Perché torneremo. Non ci sono motivi per pensare che non torneremo...».
Poi però arriva la domanda a bruciapelo, tagliente e inevitabile: campione, come ci si sente nei panni dell'ex campione? Sorriso malinconico: «Sono stato campione del mondo per tanti anni. Spesso mi sorprendo a pensare quanto lunga sia questa stagione di successi. Però adesso non è un dramma. L'ho sempre saputo: prima o poi sarebbe finita...».
L'impressione, ancora più forte a Monza, è che sia finita una volta per tutte. Certi incantesimi non si ripetono. Non sugli stessi uomini. Schumacher proverà certamente a ricominciare da capo. Ma lui stesso lo sa: se e quando la Ferrari tornerà davvero, non sarà lui a guidarla.