Schumi re operaio: «Su le maniche, gli altri scappano»

In Harley Davidson 3 giorni attraverso l’America. «Ma la Ferrari può tornare lassù»

Benny Casadei Lucchi

nostro inviato a Indianapolis

È come se il mega direttore di una multinazionale si mettesse a far fotocopie; è come se un illustre giornalista scrivesse solo didascalie; è come se il grande attore recitasse di nuovo nella fiera di paese. Ricominciare da capo, da compiti e ruoli che parevano dimenticati. Quanto sta accadendo alla Ferrari ci restituisce a sorpresa un personaggio inedito: si chiama Michael Schumacher, professione pilota. Ultimamente, soprattutto, operaio.
Ultimamente, l’operaio tedesco gironzola per i paddock del mondo con le t-shirt bianche d’ordinanza stranamente a manica più corta del solito, quasi volesse mostrare i muscoli rabbiosi. Invece sono maniche metaforicamente rimboccate, perché c’è da lavorare. In molti hanno spesso messo in dubbio l’overdose di adulazioni che l’ha sommerso negli ultimi anni. Bravo più di Senna, di Prost, di Clark, di Fangio. Ammettiamolo, si è un po’ ecceduto, ma in una cosa Schumi è davvero unico: nella dedizione al lavoro, dedizione che diventa piacere quando servono la tuta blu e le mani sporche, «perché di successi ne ho ottenuti talmente tanti che non è certo il profumo della vittoria che mi manca ora, anzi, oggi assaporo con piacere il gusto della sfida più bella: ritornare là, dove io e la Ferrari eravamo fino allo scorso anno». Per lui parla la carriera. La Benetton non andava, eppure, non appena ci mise il sedere sopra, il team decollò. Stessa cosa con la Ferrari. Quest’uomo di 36 anni ama vincere, però ricorda solo le vittorie sudate. La fatica gli procura piacere.
Pensateci un attimo: ha fin qui disputato 221 Gp, vincendo 7 titoli e 83 gare; a fine 2004 avrebbe potuto salutare tutti, invece è rimasto. Soldi? Certamente contano, ma quando hai messo via oltre 500 milioni di euro, 50 o 60 in più non valgono il rischio di rinunciare alla fama d’invincibile. E poi, se così fosse, potrebbe oggi limitarsi a disputare le sue brave corse senza infamia e senza lode. Invece ci mette l’anima. L’ha fatto vedere duellando a Imola con Alonso, o domenica con Raikkonen, o nei Gp passati sfidando la iella a centro gruppo. E lo lascia intuire qui, nel cuore motoristico a stelle e strisce, quando tiene il palco come un anchorman di grido davanti a migliaia di tifosi. Uno Schumi-operaio e anche predicatore che al pubblico parla chiaro, «qui sarà dura, gli altri sono più avanti di noi», che alla folla che urla come a un concerto racconta del suo viaggio in moto per gli States, «in Harley, tre giorni», che evita abilmente tranelli quando un ragazzo osa di più e domanda se «possiede altri animali domestici oltre a Rubens» e lui volontariamente finge di aver capito cats, gatti, anziché pets, animali, e ribatte sorridente: «Ho tre cani e non c’è posto per i gatti».
Ma smesso il microfono, è la tranquillità del kaiser operaio a impressionare. Per comprenderla, è sufficiente scorrere tutta d’un soffio la storia dei suoi dieci anni in casa Ferrari. Ne ha passate, ne ha viste, vinte e subite così tante che questi mesi grigi gli devono sembrare giusto una pioggerellina fastidiosa, altro che temporale.
Pensate alla Ferrari che perdeva i pezzi nel 1996, a quella del ’97 nettamente inferiore alle Williams e alla figuraccia con Villeneuve a Jerez. Pensate al ’98, al mondiale sfuggito perché l’auto si spense al via a Suzuka; o alla gamba spezzata nell’incidente di Silverstone, anno 1999, «mentre perdevo i sensi – raccontò un giorno -, mi chiesi se questa fosse la morte»; e pensate alle lacrime di Monza 2000, quando vinse risollevando una stagione che sembrava andare di nuovo a carte quarantotto: «Piansi perché pensai che se non avessi vinto lì, non avrei più avuto la forza di tornare a caccia di un titolo che mi sfuggiva da 5 anni». Dunque, che cosa volete che sia la pioggerellina di questi mesi. L’operaio tedesco non ha neppure aperto l’ombrello.

Annunci

Altri articoli