Schumi trattato da bandito: «Sono nero, potevo vincere»

Benny Casadei Lucchi

nostro inviato a Montecarlo

Lui, arriva dopo aver concluso una delle sue gare più belle. Lui ha appena terminato di sfrecciare a trecento all’ora per i viottoli del Principato con la differenza grande, rispetto a molti suoi colleghi, di aver passato, vuoi in pista, vuoi per strategia, diciassette di loro. Da ultimo, scattato dalla pit lane, a quinto. Non male. Lui è Billy the kid Schumi, lui è Jesse James Schumi, lui è quel pendaglio da forca di Michael Schumacher che va arrestato, fermato, ammanettato.
Il giorno dopo, lo scandalo con al centro l’enorme tedesco non è solo vivo, è onnipresente, tra gli sbadigli del paddock che apre gli occhi di buon mattino e gli sbadigli del paddock che pranza prima della gara: ovunque è tutto un gran parlare di quella Ferrari ferma di sabato alla Rascasse, di Alonso che segue a ritmo di pole, di Michael che avrebbe - o ha, non è differenza solo grammaticale - volutamente sbagliato per far rallentare chi lo seguiva tenendosi stretta la pole appena conquistata. Lungo i moli del Principato ne parla il presidente della Fia, Max Mosley, che però dice «rispetto la decisione dei giudici, solo loro avevano tutte le informazioni necessarie, certo che il Gp sarebbe stato diverso con lui davanti»; ne parla il manager del tedesco «decisione scandalosa che avrà ripercussioni su tutto il mondiale e sul futuro della F1»; non parla invece il diretto interessato. Prima la gara e poi le polemiche, è il suo credo. «Della retrocessione l’ha saputo solo appena sveglio – confida il manager – è andato a dormire senza attendere la sentenza».
E lui, il bandito della F1, arriva dopo l’impresa, dopo una gara sempre all’attacco e, finalmente, si toglie dal cuore tutto il peso. Dice: «Sono rimasto stupefatto dalla durezza della pena. Posso capire che dall’esterno certe cose sembrino strane, ma senza avere tutte le informazioni è difficile dare giudizi sensati».
E come spiega tutte le critiche dei suoi colleghi?
«Nella vita ho imparato che ci sono persone che non potrai mai convincere perché hanno idee preconcette. Sono abituato alle critiche, ma sabato ho avuto la sensazione che si siano levate molto presto e in modo troppo evidente, tanto più che nessuno era seduto in auto con me».
Però in carriera qualche volta è finito sotto accusa per alcune manovre?
«Ho la coscienza a posto: io mi scuso solo perché, a causa del mio errore, ho rovinato il giro ad Alonso, ma non sapevo fosse dietro di me, il box non mi aveva informato. E poi tutte le volte che succede qualcosa di strano si tirano fuori i precedenti. Tutti hanno degli scheletri nell’armadio, anche io, ma visto che corro da 15 anni i miei non mi sembrano tanti».
Sabato sera è circolato un documento dei suoi colleghi per raccogliere firme per farla uscire dall’associazione piloti (ieri i piloti negavano, ma il foglio è stato visto, ndr).
«Alcuni dicono le cose ai giornali, altri no. La verità è che non hanno il coraggio di parlarmi guardandomi negli occhi».
E la vittoria di Alonso? Ora lo spagnolo e la Renault diventano imbattibili per il mondiale?
«Mai pensato. La lotta per il titolo è aperta».
Sincero: è più felice per la corsa tutta in rimonta o arrabbiato per la sentenza?
«La rabbia ce l’ho ancora tutta. Soprattutto, dopo aver visto quel che avremmo potuto fare in gara se fossimo stati davanti».
In Germania, la tv Premier ha già fatto un sondaggio: sette tedeschi su dieci si dicono sicuri che lei è innocente.
«So perfettamente che molti hanno capito la verità. Però, alla fine, conta la sentenza dei giudici. È brutto, dopo aver spiegato tutto, non poter far niente. Ma è così. Ora voglio guardare avanti. Il mondiale è tutt’altro che chiuso».