Schwazer, bronzo e lacrime «Non ci sto, il migliore ero io»

La 50 km di marcia a Deakes, squattrinato australiano. Rabbia dell’azzurro: «Colpa mia»

Un pianto di stizza, forse molto italiano, forse molto umano. Ricordate Federica Pellegrini, due anni fa a Montreal, dopo aver vinto l’argento nei 200 sl («No, perduto l’oro» diceva lei), o Valentina Vezzali l’anno scorso ai mondiali di Torino? Rabbia repressa, silenzio ossessivo, viso terreo e immusonito mentre ascoltava l’inno di Mameli che suonava per Margherita Granbassi, con lei sul podio ma un gradino più in alto: quello del vincitore.
C’è cascato anche Alex Schwazer, che pur sembra un tronco d’albero difficile da scalfire. I suoi occhi chiari hanno cominciato a sprizzar delusione e furore appena entrato in pista. Il capellino strappato via, finito alle ortiche, appena passata la linea del traguardo. Due passi, rabbia confusa del non saper dove andare pur di non guardare in faccia nessuno, fino a trovarsi un angolo, una cuccia dove sedersi e cominciare a piangere. Come una bizzosa primadonna, anzichè un granitico altoaltesino dai freddi sentimenti. No, Alex è un ragazzo italiano dentro, se non nel cognome. Buffo nella parlata, pieno di determinazione e convinzioni. «Ho vinto il bronzo? No, ho perso l’oro», ha detto per un po’ e lo dirà sempre dentro se stesso. Come quelle altre due, che non erano oche ma campionesse: basta leggere il curriculum.
L’impossibilità di essere normale nell’accettare una medaglia fa parte del bagaglio di chi ha lo spirito da campione. Anche Andrew Howe, per qualche attimo, non ha digerito l’argento dopo aver assaporato il profumo dell’oro. Storie del nostro sport che garantiscono sulla bontà della stoffa. Schwazer era partito dall’Italia con l’idea di diventare campione della 50 km di marcia. Due anni fa, ai mondiali di Helsinki, aveva acchiappato un bronzo da mille e un sogno, inatteso per tanti, rassicurante per lui. Questa volta aveva fatto di tutto per essere campione. «Una grande stagione», ha ricordato. Comprensiva di titoli italiani e del miglior tempo stagionale. Eppoi tanti piccoli particolari: la partecipazione alla 20 km per allenarsi, dieci mesi fuori casa tra allenamenti e gare, ottomila chilometri in marcia. Prima della gara si era persino tagliato la barbetta stile Karamazov. «Perchè non volevo essere il più brutto campione del mondo». Non lo è proprio.
Peccato di inesperienza, forse di gioventù. Fino al 30° chilometro Schwazer è rimasto tranquillo, troppo tranquillo: si è tenuto a un paio di minuti dal duo di testa, l’australiano Deakes e il francese Diniz, che poi è campione d’Europa. Da quel momento il cardiofrequenzimetro, appeso al polso, ha detto : vai! Ma troppo tardi. La rimonta si è fatta seria, il ritmo da grande marcia, però non è bastato. L’australiano, atleta dell’anno 2006, è arrivato solo, pure lui con lacrime agli occhi, ma diverse, spinto dalla fame d’oro e dalla voglia di rimpinguare il portafoglio con i 60.000 dollari al vincitore «Mi permetteranno di mantenermi fino ai Giochi di Pechino senza essere mantenuto da mia moglie Antoniette».
Alex ha pianto, si è arrabbiato, poi ha fatto autocritica: «Colpa mia. Continuo a credere di essere il più forte. Ho sbagliato a non rimanere con i primi, ma temevo di perdere colpi per il caldo. Problema d’inesperienza. Buon per il prossimo anno, anche se ti alleni per vincere subito, non per la prossima occasione». Nell’autocritica è entrata anche la consolazione. «Comunque niente male due mondiali e due bronzi per uno di appena 22 anni».
Alla lunga è stato un po’ meno bizzoso di quelle altre due campionesse di cui sopra. «Capisco, non mi sono comportato come si dovrebbe quando si vince una medaglia. Ma in quel momento non ce l’ho fatta a rimanere freddo». E avrà ripensato alla faccia di Yuki Yamazaki, il giapponese a cui i giudici hanno dato un’indicazione sbagliata: ha percorso un giro in meno sulla pista dello stadio Nagai. Credeva di essere arrivato 5°, era felice solo per quello. Poi è scomparso dall’ordine d’arrivo.