Schwazer: «Contro il doping vorrei un Grande fratello»

L’azzurro della marcia guida la spedizione ai mondiali di Osaka che scattano sabato: «Per un oro rinuncio anche allo strüdel»

Ha un cuore da campione ed è già un buon indizio. Ama mangiare e marciare. Ed uno dei due amori è di troppo. Ma la scelta è fatta: è passato dagli strudel al riso in bianco. Alex Schwazer è altoaltesino, simbolo di testa dura, non solo per sport. È il ragazzo che due anni fa sorprese tutti con quel marciare un po’ legnoso lungo le vie di Helsinki. Era l’ultimo arrivato della compagnia, se ne andò dal mondiale con una medaglia di bronzo conquistata nella 50 km, l’unica vinta da quell’Italia un po’ sgualcita. Oggi eccolo di nuovo col fisico da quercia giovane, occhi chiari che si confondono con i colori del cielo, dietro di sé una storia di sogni e avventure nata nei boschi sopra Calice, 1.400 metri d’altezza, un passo dal confine con l’Austria, paese di nove case, nessun giovane, tante facce anziane.
Alex forse è un ragazzo d’oro, certo è un uomo che vale l’oro e potrebbe esser ancora unico: appuntamento al 1° settembre ai mondiali di Osaka. Di nuovo 50 km di marcia, terra di conquista per asceti e stakanovisti. Anche se il 26 agosto farà le prove generali nella 20 km. Si presenterà sulla 50 km forte del terzo tempo mondiale all time realizzato in febbraio e di tre titoli italiani, nella 50 appunto, nella 20 km e nella 10 km, impresa riuscita solo ai miti: Dordoni, Pamich, Maurizio Damilano.
Schwazer, dopo il bronzo mondiale, c’è stato il buco agli europei. Ed ora?
«Ora vorrei far vedere quanto valgo. Ho fatto autocritica, sono guarito da un virus preso in Perù prima degli europei. Mi sono preparato bene e sono molto motivato».
Pronto a vincere?
«Sarà un mondiale speciale per caldo e umidità. La gara cambia molto. Ma io, meglio di così, non posso stare».
L’Italia degli altri sport è stata sfavillante. La Idem si è qualificata per Pechino, pur con i suoi 42 anni. È un incentivo?
«L’Italia è sempre stata un Paese di tanti campioni in tante discipline. Il problema è che si guarda troppo al calcio. Io vivo in Alto Adige e vedo Germania, Austria e Svizzera. Altra storia. Qui bisogna ottenere solo grandi risultati per venire considerati. So cosa serve: sacrifici, allenarsi bene, vivere da atleta. È il mio credo. Ma spesso non basta. Appunto, la Idem: ha 42 anni ed è almeno da venti che fa sacrifici per vincere».
Tanti sacrifici e niente doping...
«Capisco benissimo chi dubita quando vede risultati fuori del normale. Con tutto quel che è successo. Però mi fa rabbia per chi, come me, gioca pulito. Non è automatico dire: vai forte, quindi ti dopi. Ci vuole più rispetto. Quest’anno ho fatto grandi tempi, eppure non mi drogo. E vorrei essere apprezzato per questo. Quando mi dicono “chissà cosa hai preso...” mi fa male, con tutta la fatica, i sacrifici e i mesi passati fuori casa per allenarmi. Pensi che stavolta ho almeno 8.000 chilometri nelle gambe, sono rimasto a casa non più di un mese e mezzo e non mi sono mai fermato negli ultimi quattro mesi. Ho curato ogni dettaglio».
E allora che fare?
«Forse troveranno qualche atleta che imbroglia anche a questo mondiale. Che farci? Io cercherò di dimostrare il mio talento. Però mi piacerebbe che studiassero un Grande Fratello per noi sportivi. Sarei pronto a partecipare a un reality in cui ci alleniamo, viviamo, fatichiamo e la tv ci spia 24 ore su 24. Eppoi andiamo ai Giochi e vinciamo. Così nessuno avrà da dire».
Lei è stato molto controllato?
«L’Italia è uno dei Paesi che fa più controlli a sorpresa. Ne ho subiti parecchi: quattro solo in giugno. Però le grandi nazioni fanno un buon lavoro sul doping, perché hanno capito che senza pulizia non si va da nessuna parte. Invece i piccoli Paesi e quelli dell’Est fanno poco e niente. C’è troppa disparità. È un grande problema dello sport, non solo dell’atletica».
Doping a parte, se uno dice mondiali o Olimpiadi, Schwazer cosa risponde?
«Quest’anno non ho pensato nemmeno dieci minuti alle Olimpiadi. La mia testa è puntata solo al mondiale. Serve vincere, ma con continuità. Non basta un successo, eppoi scomparire per 5-6 anni. Ti dimenticano».
Nella gerarchia dei valori, per chi vale una vittoria?
«Innanzitutto per me stesso, poi per la gente che mi ha aiutato, infine per tutto il resto. In cui infilo anche l’orgoglio di vestire la maglia azzurra. Ma io amo lo sport individuale ed ognuno cerca il risultato per sé».
Il cardiofrequenzimetro che porta al polso rimane uno dei segreti del suo andar forte?
«Non mi ha mai tradito. Guardo solo quello e ascolto quanto mi dice il cuore. Vedo se ritmo e pulsazioni sono quelle giuste».
Davvero non l’ha mai tradita?
«Mi alleno con lui due volte al giorno. Dopo un po’ uno si accorge di quanto serva. Nella 50 km, all’inizio, avrò 140-145 battiti. Poi, nel finale, vedremo se ci sarà un po’ di energia in più».
A riposo ha 29 battiti al minuto, sembra il polso di Coppi che ne aveva 32...
«Sì, me lo dicono tutti. Ma se non ti alleni puoi avere anche 25 battiti, ed arrivi ventesimo. Non primo».
Invidioso che tutti pensino a Howe e Di Martino quando si parla di stelle azzurre?
«Conta che uno vada forte, non chi è stella e chi no. Per la 50 km servono le gambe. Non mi importa di quello che scrivono, anche perché leggo poco».
E con lo strudel come la mettiamo?
«A Saluzzo, dove mi alleno, lo strudel non tira. Mi sono adeguato. Dovrò aspettare il 5 settembre, quando tornerò in Italia». Magari col palato già dolce.