Lo sci convoca ancora Tomba «Potrà darci i consigli giusti»

La federazione vuole affidargli un ruolo da capitano non giocatore. Il dt Roda: «Potrebbe essere il nostro Gigi Riva»

nostro inviato ad Åre

Bolognese di Lizzano, 60 anni l’anno prossimo, per i tanti che scoprirono lo sci grazie a Tomba, Flavio Roda è stato il tecnico della Bomba. Non solo questo, però. La sua è una carriera che lo ha portato anche in Spagna, fino all’attuale ruolo di direttore tecnico dell’intero settore sci alpino italiano, uomini e donne. Di certo nel calcio il ct Donadoni ha i suoi pesanti problemi, ma è commissariata anche la federscì grazie a problemi che di certo hanno minor presa sull’opinione pubblica, ma che non per questo sono acqua di fonte per atleti che in Svezia sono chiamati, quando finalmente si gareggerà, a riscattare lo zero alla voce medaglie olimpiche 2006. Magari già oggi, quando Peter Fill sarà chiamato ad inseguire il podio nel superG maschile rinviato sabato, o domani, con le ragazze che ieri hanno visto saltare anche il loro supergG per il vento fortissimo che ha impedito di gareggiare.
Quando si parla con Roda, al di fuori del tran tran quotidiano, è impossibile prescindere da Alberto Tomba come ricordi, ma anche come futuro, perché AT tra una settimana raggiungerà Åre non come vecchia gloria (la gara delle ski-legends vedrà in pista per l’Italia Piero Gros), ma come potenziale «capitano non giocatore» dello sci tricolore, un progetto di consulenzanato quasi per caso e che il commissario, Riccardo Agabio, cercherà di perfezionare in sintonia con il Coni.
Ha ricordato Roda: «Tomba mi chiamò nel ’93 perché mi conosceva bene. Quando aveva 7/8 anni, nel comitato emiliano ero io che lo allenavo. Da ragazzino non andava? Tutt’altro, ma lo si pensa perché quando nell’81 si trattò di fare le squadre, lui, che aveva 15 anni, venne escluso dalla C nonostante ne avesse i titoli. Il problema di Alberto era di essere un istintivo, non c’era nulla di costruito nella sua sciata. Gli veniva naturale tenere i due sci sulla neve, un po’ larghi, una via moderna, troppo per allora, e così finiva che non lo capivano».
Ma andava veloce.
«Minacciavano di continuo di cacciarlo dalla nazionale, parlo dei primi anni Ottanta, solo che lui batteva tutti e anche i critici dovevano accettarlo, inchinarsi. A me ricorda Borg quando si mise a fare il rovescio a due mani e i puristi del tennis arricciavano il naso perché se ne doveva usare una sola. Ma chi lo aveva detto? Conta il risultato e loro sono stati dei fenomeni proprio perché rivoluzionarono il loro sport».
Come ai mondiali ’91 di Saalbach...
«Alberto scese in gigante con il casco e tutti dissero che aveva paura. Invece aveva capito che stava cambiando il modo di sciare e che si rischiava di andare a sbattere con la testa sul palo. Quando non gareggiava era un esuberante, ma sul lavoro era meticoloso come pochi. Provava e riprovava tutto, se la calzamaglia aveva una piccola piega, e pensava che potesse dargli fastidio, la cambiava».
Stupivano anche le sue ricognizioni.
«Aveva idee chiarissime, e mentre tutti guardavano tutto, lui si concentrava solo sui punti dove poteva fare la differenza. Cercava quei due o tre passaggi dove solo lui poteva entrare in un certo modo e a una certa velocità. Ed era ancora Alberto a dirci dove sistemarci a bordo pista durante la gara, così poteva avere più dati possibile sulle porte-trappola».
Vi sentite ancora molto?
«Un giorno sì e uno no. Tra l’altro vede le gare in tivù e poi mi telefona per dirmi che secondo lui quel certo passaggio è particolare e di dirlo ai ragazzi. Uno così dovrebbe tornare in federazione, ha un bagaglio di esperienza e una capacità di analisi straordinari. Faccio un esempio recente: nel gigante di coppa del mondo di Cortina, poi vinto dalla Putzer con la Karbon terza, Max Blardone approfittò del fatto che sarebbe sceso come apripista per visionare la pista con le azzurre. Di sicuro ne hanno tratto vantaggio perché quando i consigli arrivano da determinate persone li si ascoltano».
Quando vedremo Tomba?
«Qui in Svezia lunedì prossimo, il 12. Saprò essere più preciso. Io lo vedo in futuro in un ruolo alla Gigi Riva con l’Italia del calcio, o di capitano non giocatore nella Davis, pronto a dire la sua nelle radioline e a ridare immagine al nostro sci. Lo sci gli ha dato tanto, sarebbe bello se adesso accadesse il contrario».
Il ruolo di vecchia gloria non sembra piacergli.
«No. Evita le gare per veterani, si limita al circuito Fila ma perché ci sono i bambini e tutto è molto bello, simpatico. Con il commissario Agabio stiamo cercando il modo di dare un ruolo ad Alberto e la cosa va oltre Alberto stesso».
I problemi abbondano.
«Entro 48 ore (domani, ndr) dovrebbero essere saldate tutte le pendenze economiche e a stagione finita si parlerà a fondo del futuro, coinvolgendo anche il Coni. L’ultimo budget, che da alcune stagioni ogni estate cala di un 10%, è stato di 2 milioni e mezzo di euro, ma per tutto e tutti, i ragazzi della C e i potenziali campioni mondiali. Un esempio: il norvegese Svindal ha più persone attorno di tutti gli azzurri selezionati per Are. Questo è stato fatto presente anche al Coni, con Petrucci, Pagnozzi e Fabbricini il contatto è stretto e costante. Penso che la preparazione per i Giochi 2010 a Vancouver debba essere coordinata tra federscì e comitato olimpico per evitare che le problematiche di una federazione ricadano sugli atleti di spicco».
Anche perché al cancelletto non ci sono scuse.
«A tutti ho detto che mai come in questa occasione contano le medaglie. Alle ultime Olimpiadi sono state zero. È stata dura reggere e lo sarebbe a maggior ragione adesso che si cerca il rilancio con una squadra che Thoeni, uno sempre parco con le parole, ha presentato come la più forte e competitiva da diversi mondiali in qua».
Putzer e le Fanchini, Rocca e Blardone, Moelgg e la Karbon...
«Sì loro. Noi tecnici abbiamo fatto di tutto, anche senza stipendi, per non far pesare la situazione, ma è chiaro che non è bello essere a un mondiale senza lo straccio di un dirigente al seguito. Quanto siano importanti certi dettagli lo capisco solo nel bisogno».